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Settore turismo e hospitality a corto di personale: falsi miti e possibili soluzioni

lavoro turismo e hospitality

Il ritornello viene ripetuto a ogni inizio stagione: non si riesce a trovare personale per il settore alberghiero e della ristorazione.

Questo grido d’allarme è stato amplificato dalla pandemia.

Ma il problema, lo sappiamo bene, c’era anche prima.

Da anni, praticamente da sempre, le aziende vanno in tilt quando devono reperire manodopera per lo svolgimento dei servizi di ospitalità.

Dalla primavera al mese di luglio tutti a lamentarsi per questo o quel motivo.

Con Oscar Galeazzi, amico e partner, founder del portale più autorevole nella ricerca e selezione del personale, lavoroturismo.it, sono anni che ce lo diciamo.

Davvero tutta colpa del reddito di cittadinanza? Troppo facile!

Ma la musica cambia. Anzi, ora c’è un nuovo ritornello: la colpa è del reddito di cittadinanza.

A causa di quei “soldi facili” in tanti rinunciano a lavorare nelle imprese stagionali.

Il discorso non fa una piega. Ma solo all’apparenza.

In parte può essere vero, ma fino a un certo punto, visto che il problema della carenza di personale è ormai diventato cronico.

Né si può dire che il green pass obbligatorio abbia scoraggiato i no vax: sono solo una minoranza.

E, poi, parliamoci chiaro: se per andare in discoteca o allo stadio anche gli irriducibili si vaccinano, è ipotizzabile che facciano lo stesso anche di fronte a una proposta allettante di lavoro.

Ci sono poi tendenze che ormai si vanno consolidando anche nel nostro settore e che non si considerano, o lo si fa poco.

Come “You-only-live-once”, con i giovani che non sono disposti a sacrificarsi e ad accettare qualunque tipo di lavoro, perché si vive una volta sola e non ha senso farlo male, legato dunque a lavori insoddisfacenti che condizionano – negativamente – la propria vita (Yolo economy o generazione Yolo).

O il “Great Resignation” o “Big Quit”, la ricerca di una vita migliore e il significativo e anomalo aumento delle dimissioni, con sempre più persone che lasciano il proprio lavoro, alla ricerca di una collocazione più adeguata alle proprie conoscenze – non necessariamente meglio retribuita – per sfuggire al burn out, l’esaurimento generato da una professione logorante sotto vari aspetti.

reddito-di-cittadinanza

Stipendi indecenti, diciamo basta agli speculatori del turismo

E qui i nodi vengono al pettine.

La prima domanda da porsi è: gli stipendi per il personale del settore turistico-alberghiero sono dignitosi?

È chiaro che se sfrutto un dipendente non si va da nessuna parte.

Tra 500 euro al mese per stressarsi 12 ore al giorno e 500 euro mensili per starsene in panciolle a bere birra al bar voi cosa scegliereste?

La prima cosa da fare, dunque, sarebbe quella di eliminare gli sfruttatori, gli speculatori del turismo.

Anche perché la qualità del servizio viene meno quando ci si affida a persone impreparate.

Scacciamo gli indifendibili dal “tempio” del Turismo

Parliamoci chiaro: questa categoria di pseudo imprenditori è indifendibile.

Si lamentano, piangono e sbattono i pugni per un solo motivo: lucrare al massimo.

Poco importa se poi il lavoratore viene sfruttato.

E se ne risente la qualità del servizio, pazienza: di “polli” da spennare se ne trovano a milioni.

Chiedono aiuti, sussidi ed elemosine varie solo per il proprio tornaconto. Senza dare nulla in cambio, se non una pessima immagine del settore.

Cosa fanno loro per far crescere il comparto turistico? Nulla.

Aiutarli? Macché, queste persone andrebbero radiate. Sono i classici mercanti da scacciare dal tempio.

Le aziende serie pagano bene.

Si affidano a personale qualificato e ottengono risultati in termini di presenze e ricavi.

È un circolo virtuoso, ma agli “indifendibili” non importa. Pensano solo a lucrare nel breve periodo.

Senza capire che con una programmazione seria otterrebbero molto di più.

Auspicabile un taglio del costo del lavoro alle piccole imprese

Mi rendo conto che pagare uno stipendio dignitoso non è semplice.

Si pensi alle piccole attività a gestione familiare: un’assunzione equivale a un salasso.

Soprattutto in questo periodo: il covid ha bloccato per mesi queste attività.

Per evitare di chiudere hanno dovuto mettere in campo risparmi, tagli e sacrifici.

Certo è che senza stipendi adeguati è difficile invertire il trend.

Anche per questo è stato proposto un intervento del Governo.

Non si pretende l’elemosina, né i soliti finanziamenti a pioggia che poi finiscono nelle tasche degli “indifendibili”.

Sarebbe però opportuno alleggerire le buste paga di tutte quelle voci che raddoppiano il costo di ogni singolo stipendio.

Un intervento in questa direzione è auspicabile.

Equo compenso per motivare i professionisti in fuga dal settore

Detto questo, si pone un altro problema. Conviene affidarsi ancora a chi fa certi lavori solo per ripiego?

Vale la pena far lavorare chi non ha le giuste competenze?

Oggi più che mai nel settore turistico-alberghiero è fondamentale affidarsi a profili professionali qualificati.

E che, al tempo stesso, mettano in campo tutta la loro passione per il lavoro che svolgono.

Pagare bene significherebbe anche recuperare tutte quelle professionalità che sono state costrette a cambiare lavoro.

Bisogna motivarle. Gratificarle con un equo compenso.

Ma tutto questo non basta.

È necessario tornare a investire seriamente nella formazione.

Oggi la scuola, salvo eccezioni, non dà risposte convincenti alla domanda di lavoro.

La formazione sembra essersi arenata su modelli ormai superati.

Il mercato si è evoluto, anche gli ospiti sono cambiati. È quindi necessario aggiornarsi.

La necessità di investire sulla formazione

La formazione deve essere rilanciata. I programmi obsoleti vanno svecchiati.

Nel nuovo millennio, solo per fare un esempio, non si può restare fermi alle tariffe alta stagione-bassa stagione.

Serve un Revenue Manager che lavori quotidianamente sulle tariffe.

E sarebbe un suicidio non promuovere una destinazione o una struttura sul web o sui social network.

Bisogna affidarsi a chi fa questo per mestiere. Pagandolo il giusto, però.

Chi investe in questa direzione ne trae benefici. Oltre a recuperare l’investimento, amplia i margini di guadagno.

Formazione: ecco la parola d’ordine da usare come ritornello.

Tutti se ne avvantaggerebbero: sia i datori di lavoro sia i dipendenti.

Del resto i dati sull’occupazione nel settore parlano chiaro: chi è ben formato è ben piazzato.

lavorare nel turismo formazione

Anche il Governo deve fare la sua parte

Sì, chi è formato trova più facilmente lavoro. Per giunta ricoprendo ruoli di management in aziende importanti.

Anche sul fronte della formazione sarebbe dunque auspicabile un intervento dello Stato.

Anche – perché no? – attraverso contratti di apprendistato, formazione e lavoro o altre formule che permettano di alleggerire i costi a carico delle aziende.

Il Governo dovrebbe incentivarla al massimo, la formazione: il “brand” Italia ne trarrebbe un ottimo ritorno di immagine.

Solo il turismo di qualità può attrarre nuovi visitatori.

Il Bel Paese non può e non deve accontentarsi di monumenti ed enogastronomia.

Può fare di più. Deve investire sulla qualità. Che, per l’appunto, non può prescindere dalla formazione.

Lavoro stagionale e un nuovo modo di concepire il reddito di cittadinanza

Anche sul fronte del lavoro stagionale si può fare di più.

Per recuperare maggiore manodopera nei periodi critici si potrebbero ad esempio reintrodurre i voucher.

Si eviterebbero le solite scoraggianti paghe da fame.

Motivando chi sarebbe disposto a lavorare anche solo per periodi limitati.

Gli studenti sarebbero senz’altro invogliati. Ma anche i pensionati potrebbero farci un pensierino.

E se proprio vogliamo parlare di reddito di cittadinanza, perché non usare meglio queste risorse?

Non si potrebbero impiegare anche i percettori di tale sussidio negli hotel o nelle attività turistiche?

Naturalmente dopo un periodo di formazione.

Si potrebbe anche ipotizzare, dopo un periodo di prova, l’assunzione del percettore del reddito di cittadinanza.

La manodopera straniera e il ruolo di sindacati e associazioni di categoria

Inoltre sarebbero utili anche contratti “smart” per favorire l’ingresso di manodopera straniera.

Durante l’emergenza sanitaria non si poteva entrare in Italia.

Si potrebbe pensare a una sorta di corsia preferenziale per loro.

Perché emergenze come questa potrebbero ripetersi anche in futuro.

A proposito di formazione e contratti, viene da porsi un’altra domanda.

I sindacati e le associazioni di categoria cosa fanno per tutelare il lavoro?

E per migliorare la situazione del lavoro stagionale?

L’impressione è che dietro le solite parole di circostanza ci sia ben poco di concreto.

Si ha l’impressione, nel caso della componente sindacale, che si limiti solo alla tutela dei contrattualizzati. Che stanno bene, tutto sommato.

Ai precari non pensano. E non va bene.

Fanno venire in mente la battuta sulle banche: prestano l’ombrello quando c’è il sole e lo richiedono indietro quando piove.

Ecco: sarebbe opportuno aprire quell’ombrello al momento giusto, mettendo al riparo i precari.

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Lavoro stagionale: si può fare di più

Non è detto che gli stagionali debbano necessariamente essere inquadrati nel comparto turistico.

Si prendano gli studenti e i pensionati: a loro non interessa avere un futuro in questo settore.

Vogliono solo una paga dignitosa. E, possibilmente, contributi versati.

Cari sindacati e associazioni di categoria: potete fare qualcosa per abbattere lavoro nero e sfruttamento?

Parliamone, siamo certi che una soluzione di buonsenso si possa trovare.

Si potrebbe risolvere, almeno parzialmente, il problema della carenza cronica di personale nei momenti cruciali della stagione.

Ripartire dalla formazione e da stipendi più dignitosi

Riepilogando: formazione, stipendi dignitosi, contratti “smart” e un uso più logico delle risorse (reddito di cittadinanza) potrebbero davvero aiutare a risolvere il problema della carenza di personale.

Ma per farlo è necessario l’impegno di tutti: sindacati, associazioni di categoria, Governo e datori di lavoro.

Facendo squadra si può uscire dall’impasse.

Si può cominciare a programmare seriamente un rilancio del settore turistico-alberghiero e della ristorazione in Italia.

L’era post-covid potrebbe offrire lo spunto per invertire la rotta.

I problemi vanno affrontati ora, aggirare l’ostacolo è inutile è dannoso.

Perché prima o poi sarà presentato il conto di questa “Babele”.

E sarà un conto salatissimo.

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