Cultura

Fare uno stage: come dovrebbe essere e com’è nella realtà

Perché faresti uno stage? Per imparare un lavoro, sicuramente. Per fare quell’esperienza nel settore turistico o alberghiero che tanto ti manca, per applicare, concretamente, quello che hai studiato, giusto? Per questo lo stage dei sogni è quello che garantisce davvero una formazione sul campo [formazione on the job].

Perché lo stage è quell’esperienza lavorativa che permette a chi, dopo anni di studio finalmente si affaccia al mondo del lavoro, di sperimentare davvero cosa significhi avere a che fare col settore professionale per il quale ci si è preparati. E sul quale si è investito.

Lo stage perfetto, quello da manuale, è quel periodo di tirocinio in cui la formazione prettamente teorica che il giovane ha acquisito conseguendo il proprio titolo di studio, riesce a trovare uno sbocco pratico. Svolgendo un periodo di apprendistato ad hoc lo stagista avrà la possibilità di farsi un’idea concreta dei possibili sbocchi professionali e di acquisire competenze e abilità spendibili anche in un’altra azienda, qualora fosse necessario.

Quindi lo stage ideale mette in primo piano la formazione di giovani professionisti, con l’obiettivo di consentire, a chi ha studiato per anni, di mettere a frutto il prima possibile la teoria appresa, integrandola con conoscenze pratiche ottenute proprio grazie al periodo di stage. Possiamo intenderlo uno dei primi passi della gavetta nel settore.

Un’esperienza del genere è dunque stimolante e permette al tirocinante di sentirsi comunque parte integrante dell’azienda in cui sta vivendo quest’esperienza. Lo stage migliore è infatti quello che somiglia davvero a un percorso in cui le sfide lavorative sono di difficoltà crescente. E dove, in definitiva, ci si sente spronato a dare sempre il meglio di sé.

Quando lo stage diventa un buon pretesto per non assumere

Il tirocinio, quindi, è davvero utile per inserirsi nel mondo del lavoro quando è veramente strutturato come un momento propedeutico al lavoro. Ma spesso certi ragionamenti cozzano con la dura realtà. C’è infatti un altro aspetto da considerare: troppo spesso i tirocini vengono usati come escamotage per evitare di assumere personale con contratti più onerosi.

L’esatto contrario dello stage perfetto. Che per l’appunto non fa mai rima con sfruttamento, bensì lascia aperte le porte a un’eventuale assunzione nell’azienda in cui si sta facendo questa esperienza formativa.

Peccato che la realtà, spesso, sia ben diversa. Lo stage, infatti, è sovente usato dalle aziende per assicurarsi dipendenti disposti sempre o quasi a svolgere mansioni poco formative. Lo stereotipo del tirocinante costretto a passare le ore di stage a fare solo esclusivamente fotocopie e a interrompere il suo compito soltanto per distribuire a destra e a manca caffè, talvolta, purtroppo, è specchio della realtà. Ma, dal punto di vista della formazione professionale, uno stage così che valore ha?

Stagisti? Buoni solo per fare le fotocopie e il caffè

Chi svolge uno stage deve sicuramente essere disponibile e porsi nei confronti delle mansioni con tutta l’umiltà di chi ha tutto da imparare e non ha paura di iniziare dal gradino più basso. Ma, d’altro canto, deve esserci la reale intenzione di consentire al tirocinante di vivere un’esperienza che arricchisca il suo bagaglio professionale. Diventa inutile e avvilente una presenza in azienda solo per svolgere mansioni tutto sommato insignificanti.

Così come l’azienda che usufruisce del lavoro di uno stagista ha il vantaggio di avere un lavoratore gratuitamente o quasi, allo stesso modo il tirocinante deve trarre un beneficio da quest’esperienza e poterla sfruttare al meglio (e non solo esserne sfruttato) per imparare il mestiere.

Se può consolare, almeno nel settore turistico Federalberghi ha provato a dare un senso alla parola stage. Ma c’è ancora molta strada da fare.

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