Marketing

Redazione di testi di promozione turistica rivolti al mercato straniero

Sul muro di una casa sul Corso al centro della cittadina di Norma (LT), dove vivo da 6 anni, è scritto un detto: “Il popolo italiano, quando vuole, sa fare tutto.”

Ciò è vero per molti versi. Gli italiani sono sì capacissimi in tanti campi, e si impegnano, anche tramite questo sito, per esempio, a dare il massimo di se stessi. Però c’è una nicchia dove, con tutta la buona volontà, non si possono raggiungere risultati adeguati.

Parlo della redazione di testi di promozione turistica rivolti al mercato straniero.
Per essere più chiari, cosa voglio dire? Un conto è sapere rispondere bene al telefono in tedesco, dare indicazioni ai visitatori francesi, fare il check-in in albergo per una famiglia inglese. Ma è un altro scrivere in chiave marketing.

Con l’inglese “maccheronico” si rischiano clamorosi autogol

Alcuni esempi:
• “Italy in tour”
• “Come to the national park and feel the call of nature!”
• “If you find our waitress rude, you ought to see the manager.”

Purtroppo, questi rappresentano solo una goccia nell’oceano dei testi in circolazione che mirano a promuovere le destinazioni italiane a turisti anglofoni, ma che sono – a dir poco – tutt’altro che efficaci. Anzi, certe volte strappano qualche risata agli stranieri.

Esaminiamo i nostri casi:
• In inglese si dice “on tour”, quindi questa campagna al livello nazionale di pochi anni fa non è partita nel miglior dei modi. Figuraccia #1.
• “Feel the call of nature”, presumibilmente, è un tentativo a tradurre “senti il richiamo della natura”. Bella frase, ma solo nella versione italiana però, poiché “the call of nature” in inglese significa il bisogno di far pipìFiguraccia #2.
• Potrebbe sembrare una semplice informazione, una rassicurazione: l’intento è quello di dire che il direttore è a disposizione se il servizio della cameriera non soddisfa. Però in inglese si legge come “se trovi maleducata la nostra cameriera, allora il direttore lo è anche di più”. Figuraccia #3.

L’inglese scolastico non basta, nel turismo occorrono professionisti

Cosa emerge da questa discussione, allora? Semplicemente che è molto difficile scrivere in modo sia corretto e naturale che incisivo e persuasivo in una lingua straniera. E quando ci si prova, si rischia un esito controproducente.

Non basta avere studiato un po’ le lingue (e questo l’ho dimostrato io 10 anni fa quando mia moglie, Valentina, ha visto un testo che avevo scritto nel mio italiano allora ancora un po’ scolastico, una piccola guida di una chiesa del Norfolk, e ha detto, non sapendo che era “opera” mia: “Ma questa traduzione italiana proprio non va”). Poi non basta aver lavorato all’estero per qualche mese, e non basta neanche far controllare i testi a una persona madrelingua.

Perché qui parliamo della vetrina delle aziende turistiche, della loro presentazione sul mercato. Qui sono in gioco i valori del loro brand e la reputazione della società. Del resto, quando vedi un testo promozionale scritto male, è naturale pensare che la qualità discutibile del testo rispecchi anche il resto dell’operato di quell’azienda. Cose importanti, quindi.

Serve copywriting in inglese, mirato a comunicare le bellezze del Bel Paese, a far capire sfumature e connotazioni sconosciute ad un pubblico straniero.

Una bella grafica, delle belle foto, una bella brochure stampata, sono tutti lavori da professionisti specializzati. Lo è anche la produzione di traduzioni di alta qualità, che richiede rigorosamente professionalità madrelingua. Cioè capacità che gli italiani (e tutti coloro che vogliono scrivere in una lingua straniera) non possono avere.
Chi aveva scritto quelle parole sulla parete al Corso di Norma aveva ragione. Ma non completamente.

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