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Bufale sul coronavirus

#31
23 luglio 2020

Francia, il portale del governo contro le fake news fa infuriare i giornalisti
dalla nostra corrispondente ANAIS GINORI

"Desinfox Coronavirus" avrebbe dovuto smascherare le notizie false sul Covid: ma ha finito per favorire solo alcune testate. Da qui la rivolta e poi la sospensione dell'esperimento

PARIGI – La strada per l'inferno, si sa, è lastricata di buone intenzioni. L'idea del portale “Desinfox Coronavirus” lanciata dal governo francese in pieno lockdown, con il conteggio delle vittime del Covid che continuava a salire, doveva combattere la disinformazione, con il rischio di alimentare panico e comportamenti pericolosi durante l'emergenza sanitaria. Sul sito ufficiale dell'esecutivo “Desinfox Coronavirus” si proponeva di aggregare contenuti “sicuri e verificati”, secondo la definizione della portavoce del governo, Sibeth Ndiaye. Venivano raccolti articoli su fake news diventate virali in Rete come l'idea che il virus potesse sparire con un bagno di acqua calda o che bastava ingurgitare qualche goccia di candeggina per non essere contagiati. Sono apparsi contenuti presi da Afp, Le Monde, Libération, con l'obiettivo dichiarato di "informarsi sulla disinformazione".

Appena il portale è andato il linea, a fine aprile, i giornalisti francesi si sono ribellati. Primo motivo di scontento: sul portale figuravano una manciata di testate. "È come se, per il governo, solo cinque media parigini facessero bene il loro lavoro" ha commentato Emmanuel Poupard, segretario generale del sindacato nazionale dei giornalisti (Snj). "Che disprezzo per i 35mila giornalisti, compresi quelli della stampa regionale che svolgono un prezioso lavoro sul campo” aveva aggiunto Poupard. Secondo il governo erano state privilegiate quelle redazioni nazionali che avevano creato da anni apposite sezioni di debunking, tra cui appunto i Décodeurs di Le Monde e CheckNews di Libération, precursori in questo campo.


E' così che uno dei principali quotidiani francesi, Le Figaro, senza una redazione specializzata nel debunking, era escluso dal portale del governo. “Il governo dimentica che il fact-checking è l'essenza stessa del lavoro del giornalista” ha commentato il giornale. Anche i prescelti per essere dentro “Desinfox Coronavirus” hanno protestato. "La comunicazione del governo è una cosa, il lavoro della redazione è un’altra” ha scritto il direttore di Libération, Laurent Joffrin.

Lo scontro si è allargato a una battaglia di principio, ovvero l’idea che esista una “verità ufficiale”, e alla tormentata relazione tra informazione e governi in questo periodo di forte sfiducia dei cittadini e disintermediazione. I comitati di redazione di 32 media francesi, tra cui Le Monde, BfmTv, Paris Match e Les Echos, hanno pubblicato un testo comune dal titolo “Lo Stato non è l’arbitro dell’informazione". "Riprendendo questo o quell'articolo sul suo sito web, il governo dà l'impressione, in una confusione di piani, di voler certificare la produzione di certi media” scrivono le varie testate chiedendo la rimozione del portale “Desinfox Coronavirus". La reazione dei media francesi è dovuta anche alle relazioni tese con questo governo. Già nel gennaio 2018 Emmanuel Macron aveva annunciato una legge per bloccare la pubblicazione di fake news in periodi particolarmente delicati, come le campagne elettorali, ricevendo dai mezzi d’informazione un’accoglienza tiepida se non ostile.

Qualche mese fa il capo dello Stato era stato criticato per aver chiesto "una forma di regolamentazione" dei media, attraverso la creazione di un Consiglio etico dei media. “L'attuale governo dimostra ancora una volta la sua diffidenza nei confronti di una stampa libera e pluralista" hanno commentato i media francesi nel loro appello contro “Desinfox Coronavirus”. I grandi media francesi si sono trovati d’accordo per evitare un bollino di qualità del governo. La crisi sanitaria ha prodotto Oltralpe un aumento dei lettori e degli abbonamenti digitali per molti media tradizionali ma ha anche rafforzato la diffidenza verso l'esecutivo. A febbraio il 57 per cento dei francesi pensava già che il governo avesse nascosto alcune informazioni sul Covid. La cifra è salita al 74 per cento a maggio. Nel dato ha pesato la polemica sulla mancanza di mascherine e di tamponi e le varie contraddizioni di alcuni ministri che hanno spesso nascosto la penuria con affermazioni non corrette da un punto di vista scientifico (“Le mascherine servono solo al personale sanitario”, “Bisogna testare solo chi ha sintomi”).

Il portale “Desinfox Coronavirus” è finito dopo qualche settimana, rimosso dal sito del governo e subito dimenticato. La riflessione all'interno della redazione sulla necessità o meno di certificare le fonti di informazioni più affidabili va invece avanti. Il quotidiano Le Monde ha inventato già tempo fa un'estensione di navigatore che si chiama Decodex. E Reporters Sans Frontières ha avviato consultazioni e diverse sperimentazioni. “L'idea è una certificazione, come ci sono degli standard per la costruzione di edifici” ha spiegato il giornalista Pierre Haski, presidente di Rsf. “Siamo tutti d'accordo sull'idea che bisogna esplorare questa strada per non lascere che siano le piattaforme a fare la polizia sui contenuti, né che siano i governi a decidere tutto".

repubblica.it
 
#32
IL LIBRO
Il virus ci ha mostrato quanto sono pericolosi i politici arrivati al potere con le fake news
I leader dei Paesi con più contagiati dal Covid hanno raggiunto o consolidato la loro posizione anche grazie all’uso di bufale. E quanto succede adesso ne è la conseguenza
DI MAURO MUNAFÒ


Prima hanno fatto finta che il problema Covid 19 non esistesse, lo hanno sminuito definendolo poco più di un’influenza, sono andati avanti per la loro strada ignorando i pareri di scienziati ed esperti. Poi, a disastro in corso, hanno evocato il complotto senza presentare prove o si sono trincerati nel negazionismo.

I leader dei quattro Stati che secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della Sanità hanno il maggior numero di contagiati da coronavirus - Stati Uniti, Russia, Regno Unito e Brasile - hanno gestito la pandemia usando la stessa strategia che li ha portati al potere o ne ha consolidato la forza: inquinando il dibattito pubblico, facendo un massiccio uso di fake news e ignorando qualsiasi dato reale. Solo che il virus non è l’algoritmo di un social network: anche se ti inventi una balla, lui continua a infettare. E il risultato di questo metodo di gestione del potere è adesso sotto gli occhi di tutti.

Il filo del falso che unisce questi quattro potenti risale a prima dell’ultima emergenza. Durante il referendum del 2016 sulla Brexit, l’attuale premier britannico Boris Johnson andava in giro a farsi fotografare accanto allo slogan “Diamo 350 milioni di sterline all’Europa a settimana. Usiamoli per il nostro servizio sanitario nazionale”. Questo messaggio, stampato a caratteri cubitali su un autobus che ha girato per il Paese, era falso: il Regno Unito non pagava 350 milioni di sterline alla settimana alla Ue, ma circa 250. E una parte importante di questi soldi venivano restituiti ai cittadini inglesi con i programmi finanziati dalla Ue. Oltre a essere sbagliata la cifra, è anche impossibile affermare che i fondi risparmiati possano essere usati davvero per il servizio sanitario nazionale, visto che l’uscita dall’Unione comporta degli enormi costi diretti e indiretti sull’economia inglese. Nonostante queste “smentite”, un sondaggio condotto dal King’s College di Londra ha mostrato come il 42 per cento delle persone ritengano ancora oggi “vera” questa affermazione.
Ancora più strategico è stato l’uso che ha fatto della disinformazione il presidente degli Stati Uniti Donald Trump che, come spiega un’analisi del New York Times sugli oltre 11 mila tweet che “The Donald” ha scritto da quando è in carica, nel corso degli anni ha rilanciato teorie cospirazioniste (protagoniste di ben 1.700 dei suoi tweet), falsità contro i migranti, fake su brogli elettorali che lo avrebbero penalizzato o sulla famiglia Obama che lo avrebbe intercettato illegalmente, fino ai complotti cinesi e ai paragoni con i raffreddori stagionali.

Al suo esempio si è ispirato Jair Bolsonaro durante le presidenziali vinte in Brasile nel 2018, in cui un peso importante lo hanno avuto le false informazioni inviate via WhatsApp: non stupisce che oggi suo figlio Carlos sia indagato come sospetto capo proprio di un network impegnato nella diffusione di fake news. E con la produzione industriale di false informazioni si arriva alla fine a Vladimir Putin e alla Russia che da anni investe milioni in questo settore, con strutture come la “Internet Research Agency (Ira)”, diventata famosa per la sua opera di inquinamento delle presidenziali americane. Forse il coronavirus sarà un vaccino alla post-verità.

Quseto articolo è tratto dal libro "Fake news, haters e cyberbullismo" di Mauro Munafò, con illustrazioni di Marta Pantaleo (Centaura Libri, in libreria da giovedì 28 maggio)

L'Espresso
 

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