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Altri viaggi

#1
Se i moderatori me lo consentono, apro un nuovo post.
Non sono argomenti convenzionali e aderenti al turismo, ma pur di movimenti, spostamenti si tratta: gente che emigra, gente che evade, gente in cerca di nuove dimensioni in altre terre, gente stufa e curiosa con il suo carico di dolore, di passioni, speranze e humanitas. A pensarci bene, l'essenza stessa del viaggio.
Principierò con il racconto di uno dei miei migliori amici, Michele Celeste, che tanti anni fa si trasferì a Londra, ed ivi iniziò il suo percorso di scrittore.

LETTERA AL DIRETTORE
Michele Celeste
«Io non gliela faccio vincere! Never!», sbottò Domenico e la risolutezza gli scolpiva la faccia marmorea. Siro, che a giocare ci teneva sì, ma non tanto - lo faceva, infatti, più per far compagnia all’altro che per se stesso - annuì: «Ma veramente, you know, cosa possiamo fa’?». Erano più o meno quindici anni che stava a Londra e, sfortunato per non aver trovato una moglie italiana, si era messo con una irlandese con la quale, almeno dal punto di vista cattolico, si poteva capire. Ma per il fatto che lei non parlava l’italiano, lui era obbligato a parlare continuamente in inglese quando era a casa. Infatti aveva cominciato a perdere l’accento del Friuli e, sempre più spesso, gli capitava di mischiare parole inglesi all’italiano e parole italiane all’inglese. C’erano momenti in cui Domenico, sentendosi dire frasi col cinquanta per cento di tutte e due le lingue, non capiva quale lingua Siro cercasse di parlare. «Se non si può fare un partita a carte durante il tea-break che cazzo ce lo prendiamo a fare il tea-break...». «Il tea break è una tazza di tè. Fumarsi una sigaretta». «Ma che il tea-break è per rilassarsi! Relax!». «È proprio quello che ho appena detto. A cup of tea serve proprio per rilassarsi», ribatté Siro in un raro tentativo di far valere la sua opinione. Ma Domenico lo zittì subito, «E poi mica giochiamo d’azzardo... Ci giochiamo la tazza di plastica, di plastica di tè proprio come al paese ci si gioca l’espresso... È la tradizione, la tradizione che va a morire! Capisci, Siro?». «Yes, yes. I understand, Dom». «Chi lava e scopa questi tunnel?... Messi insieme più lunghi di quello della Manica!...E chi toglie la polvere qua?... Noi! Sempre noi! E come ringraziamento adesso ci tolgono pure il diritto di sederci sul panchetto per fami una scopa!». «I know, Dom. La colpa è tutta di Maggie Thatcher. Con tutto il danno che that woman ha fatto all’Union...». «Ma che sindacato e sindacato del cazzo! Che c’entrano i sindacati? Questo è un affronto, un affronto personale! A me! E anche a te! Come italiani! Come immigrati! E tu gliela vuoi far passare liscia al Manager?!». «No, I never said...». «lt’s no joke! Non è una da niente, Siro!». A Siro scopare e lavare il sotterraneo non è che gli piacesse tanto. Ma s’era abituato. In tanti anni - quindici - il corpo si era adattato alle specifiche richieste del suo lavoro e certo che era bello lavorare automaticamente, senza scervellarsi. L’alternativa sarebbe stata lavorare in un hotel o un ristorante a lavare piatti, e quella era veramente schiavitù. La paga era al disotto della minima sindacale ed eri sempre sotto gli occhi di tutti. E come lavapiatti tutti ti comandavano a destra e a sinistra: dai cuochi, ai camerieri, ai Manager. Qui, invece, se dovevi pisciare, lasciavi e andavi, senza dar conto a nessuno. E la paga era a livello nazionale. Domenico vide il Manager passare sul fondo del corridoio e gesticolò a Siro di darsi da fare con la "lavapavimento". La macchina ronzò in azione e subito cominciò a spruzzare fuori acqua, a strofinare e a risucchiare l’acqua sporca. Domenico alzò la voce al disopra del rumore, «Siro!» «Yeah» «Questa volta andiamo dritto dritto al vertice!» «Che vertice?» «Il Direttore!» «The Hospital Director?... E chi è?» «Ma ci sarà pure un direttore, no! Ebbene, gli spieghiamo la situazione! E vedrai come questa storia finisce! Il Manager non ci perseguita perché non lavoriamo o perché i corridoi sono sporchi! Nessuno ha mai detto che non facciamo il nostro lavoro come si deve e nel tempo richiesto. No, siamo perseguitati perché giochiamo a scopa nel teabreak! Il Direttore gliela fa lui una ramanzina al Manager». Siro per un momento non seppe cosa pensare. Poi disse: «Noi siamo proprio arrivati al fondo qui...». E girò lo sguardo attorno nel tunnel, come dire che il fondo per loro non era solo fisico e sociale ma anche umano. «Saremmo immigrati, si! Ma abbiamo dei diritti come gli altri! Questa è una nazione democratica! Non è come l’Italia, dove nessuno t’ascolta o devi farti raccomandare o pagare sottobanco. Vedrai. Aspetta e vedrai quando andremo dal direttore in persona». «You know, lui ha cominciato così come noi». «Il direttore, lo leggevo nel notiziario dell’ospedale, ha cominciato lavando i corridoi e poi pian piano ha fatto strada...». Ora era Domenico a essere pensieroso. Si concentrò sul lavoro e poi si fermò, «Ma come ha fatto a riuscire? Ad arrivare in alto?» «I don’t know... lavorando duro credo» «E noi? Io, io non ho lavorato duro per vent’anni e sono ancora qui! E mai la possibilità di farsi una famiglia! Com’è che sto ancora qui?!» Domenico si accese una delle rare sigarette che fumava, e, come per scusarsi, ne offrì una a Siro. Il suo sguardo era nebbioso, come fosse rivolto all’interno. «Certo - pensò - partire come lavoratore domestico e finire direttore generale, bisogna essere in gamba». «Le opportunità le ho avute pure io... opportunità di una volta...», cominciò a dire Domenico. Ma si fermò lì. Queste conclusioni fatalistiche provocavano in Siro un’inevitabile ondata di simpatia verso l’amico. «Look, Dom, anche se uno lavora più duramente, anche il doppio del direttore, non significa che uno poi diventi direttore». Siro cercò di consolare l’amico. E non ricevendo una reazione aggiunse: «You know what I mean? Forse ci sono centinaia di persone che meritano di diventare direttore dopo una vita di merda, ma non tutti hanno questa fortuna». Domenico avrebbe voluto tirare fuori i rospi che aveva in corpo, la miseria da cui veniva, la mancanza di un titolo di studio e non perché non fosse intelligente, tutt’altro. Ma abbassò la testa e buttò la sigaretta di fronte alla "lavapavimento". E i due ripresero a lavorare. Prima fecero il tratto più lungo, poi, si diressero nei tunnel laterali, nella direzione delle cucine. Domenico e Siro avevano passato il lunch-break nel ristorante self-service dell’ospedale, e mai, ma veramente mai, Domenico l’aveva trascorso senza una partita a scopa. Se non era una scopa all’italiana era una alla francese - o proprio nei casi disperati una briscola... Era rilassante, confortante e lo faceva sentire in Italia, nel paesello natio... Ma quel giorno, invece, quel giorno era lì che mischiava le carte nervosamente, incapace di distribuirle. Siro pazientemente spiegò a Jane, la cameriera con cui avevano una vecchia conoscenza, il fatto: il Manager aveva steso un rapporto su di loro perché giocavano a carte durante i riposi lavorativi. La cameriera era tutta solidarietà. Disse che anche lei si sarebbe sentita offesa e umiliata se durante i suoi break il Manager del ristorante si fosse permesso di proibirle di fare le parole incrociate facili sull’«Evening News». E aggiunse "Well, the Director General is nice! He’ll sort out your bloody Manager for you! He Will! Mr. Lookich is nice". «Lookich?» Siro ebbe l’impressione di aver sentito male. «Well, Lookich or Koochick..» disse la cameriera allontanandosi con gli ultimi piatti vuoti e vassoi di legno di tek che avevano impresso al centro il segno araldico del Kings College Hospital. Siro era ancora assorto su quell’imprecisione della cameriera quando Domenico, riattivando la "lavapavirnento", lo riportò a concentrarsi sul lavoro. E così i due lavoratori procedettero spingendo la macchina davanti a sé. Al Manager, che li spiava da dietro l’angolo all’inizio del corridoio, i due sembravano le corna di un’enorme lumaca che divorava lo sporco e lasciava dietro una vasta scia di pulito dove i neon, sempre accesi in mancanza di luce diurna, si riflettevano. «Che cazzoni che siamo stati! Con un direttore tanto bravo! E noi solo adesso lo sappiamo...», disse Domenico. «Ma non c’era nessuna ragione per incontrarlo prima...», rispose Siro. «Una persona tanto buona, e poi Direttore generale, bisogna incontrarla sia che se ne abbia bisogno sia che non! Perché non si sa mai... Persone brave così, ad altissimo livello, sono più rare del rinoceronte nero!», continuò Domenico. «Forse in Italia» suggerì Siro. «Oh Dio, in Italia sono una specie estinta. Ma, anche se rare, almeno qui ci sono...». Domenico, si guardò intorno per accettarsi che il Manager non li stava più spiando: «Ce l’hai il numero, lo chiamo adesso». Domenico fermò la "lumaca", ma la tenne col motore acceso, per dare l’impressione che lavorasse per due. Fortunatamente, o semplicemente perché aveva da fare, il Manager continuò per il suo cammino. Siro tirò un sospiro di sollievo. E si sentì meglio un quarto d’ora dopo quando vide Domenico affrettarsi a tornare. «Ma quanto tempo! - E allora?». «E allora niente!». «What?! Il direttore generale non ha voluto parlarti?» «No, no. Il fatto è che si trova all’estero...» «Shit!» «Lo so...», Domenico si rilassò un po’ e continuò: «La centralinista mi ha detto che il direttore viaggia più del papa e della regina messi assieme...» «Yes... Comunque, ho parlato con la segretaria personale. La segretaria è stata molto, molto helpful. Mi ha suggerito che è meglio scrivere prima un appuntamento. E appena il direttore ritorna ci riceverà». «Oh, that’s nice..». Ma Siro era preoccupato di nuovo, «Domenico, hai precisato, hai fatto capire alla segretaria che, che noi due... well, noi siamo solo due, due lavoratori manuali.. terraterra». Domenico gli lanciò un ghigno di e aggiunse «Quella mi ha detto che chiunque può scrivere al Direttore. Quello che conta non è chi sei ma la sostanza del ricorso. Hai capito? La sostanza!... Questa è de-mo-cra-zia. Con la "Z" maiuscola!». Alle 3.45 cominciò il quarto d’ora del tea-break pomeridiano. I due avevano sacrificato la tazza di tè e la partita a carte per ritirarsi negli spogliatoi. Qui, con molta fretta, Domenico aveva aperto il suo armadietto e raccattato una penna. Adesso Siro guardava non poco preoccupato al pezzo di carta che Domenico cercava di stirare come meglio poteva sul tavolo per farlo stare orizzontalmente. «Domenico, my friend, I think che la lettera al direttore dovrebbe essere, come si dice, scritta con un computer o, at least, con una macchina da scrivere». «Geraldine, questa ragazza irlandese che ho adesso...» «Ragazza? Quella è più vecchia di mia nonna...» «Okay. Ma sa scrivere a macchina! E il typing non ha età». Domenico rivolse a Siro uno di quegli sguardi sornioni, come per dire «mica mi prendi per uno scemo». «I know, la faremo copiare a macchina. Ma prima dobbiamo vedere cosa scrivere, no? La sostanza... poi la tua Geralda la batte a macchina». Per un momento i due sembrarono persi, non sapendo da dove cominciare. Poi Siro capì: «Domenico scrivi tu o scrivo io?» «Siro, io, è da quando hanno inventato il dannato telephone che non scrivo. Una volta scrivevo a casa, storpiamente, una volta ogni tanto, ma scrivevo, mi tenevo in esercizio. Ma adesso, sempre con il phone ho perso quel che avevo...» «Okay Dom, tu dimmi e io scrivo...» Domenico si concentrò qualche minuto. Poi disse: «La miglior cosa è cominciare dall’inizio». «Mica vorresti cominciare dalla fine?» «No, meglio cominciare dall’inizio!». E Domenico prese a dettare: «Egregio, si dice egregio, no? Illustrissimo Director General...» «No, si dice Dear, caro». «Caro? Hai visto come sono alla mano qui! Prova a scrivere a un direttore d’ospedale in Italia. Altro che caro! Se non metti "Illustrissimo" o qualcosa di superiore quello la lettera non la apre neanche... Allora pronti? Via! Dear Director Ettor... si chiama Ettor, no? «Hector», scrisse Siro. «Oh sì, con la "h" e la "c". Okay!» e Domenico riprese a dettare: «Dear Director General Hector. We are two cleaners in the hospital basement...» «Aspetta... Goobich?» «Mi sembra. Così ha detto la cameriera, no?» Siro pensò un minuto e aggiunse «Mi sembra che Jane abbia detto Lookich...» «E va bè scrivilo, allora!» «Ma io, io ho sempre saputo che era Koochick» «E allora scrivi Koochick...Datti da fare, tra dieci minuti il break finisce.. E muoviti!» Siro si riscosse «Ma si scrive Coochick?» Domenico sbuffò, trattenendo la collera, «Ma che cazzo, fai il volontario a scrivere e poi... allora non lo sai?» «Lo so come si scrive Koochick...», ribattè fermamente Siro. «E scrivilo. Dai. Non fare il... il particolare» «Ha lo stesso suono se la prima lettera è una "c" o una "k". Quale mettiamo?»
Domenico già non ne poteva più. «Ma non lo chiedere a me. Tu sei quello che scrive. Se ha lo stesso suono che differenza fa?» «No, no Domenico. Qui dobbiamo essere sicuri. Mica mi vuoi far fare brutta figura... E poi è anche controproducente. Se il direttore vede che gli storpiamo il nome si potrà anche offendere... Se vuoi io lo scrivo così com’è ma la lettera la firmi solo tu» «Solo io?» «E ti prendi la responsabilità» «Ma cazzo, Siro. Un po’ di logica? Se si dice Koochick, allora si scrive con la "k". No, aspetta: cosa aveva detto la cameriera? Toochick?» «No, non credo... Non mi ricordo più» «La cameriera mi sembra che abbia detto, sì, Goobich», concluse Domenico dopo un minuto di riflessione. «Ma lo vedi quello che voglio dire?» si spazientì Siro. «Il direttore è bravo e tutto, ci dà piena libertà di scrivergli dei nostri problemi. E’ lì che aspetta la nostra lettera per darci giustizia, no? Adesso il minimo che possiamo fare, la minima cortesia, è che scriviamo il nome per bene, no? Quello altrimenti crede che gli italiani sono tutti ignoranti». Domenico s’affrettò a chiarire «Ma vedi che è proprio quello che stavo dicendo io» «What? You were saying... tu stavi dicendo, right, di scrivere alla svelta un nome qualsiasi» «Ma che dici! Sono stato io quello che...» Ma Siro stroncò Domenico a mezza frase, «Jesus! tu hai sempre ragione!» Domenico si frenò dal contrattaccare, capendo che più Siro s’innervosiva e meno le sue capacità di scrivano avrebbero eccelso. Egli chiuse gli occhi per meglio concentrarsi. «Okay, okay. Non è il caso, Siro. Guarda ricordiamoci come si scrive, va bè?». E incominciò a recitare diverse interpretazioni di un suono, liquido e semplice che poteva essere Coochick or Boocick or Roochickk. Ed erano due "oo" o una "u" oppure "ou": «Ma perché gli inglesi quando pronunciano le parole non sono come gli italiani?». E, con nervosismo crescente, non poté fare a meno di pensare razzisticamente che gli inglesi erano una razza equivoca, per dirla cortesemente, e bastarda, a essere franchi, e se volevi una conferma era tutta lì, nello spelling. Intanto Siro scriveva giù tutte le possibilità del suono Cuchik. L’orologio sul muro segnava già le quattro. Il tea-break era bello che finito. E loro la lettera non l’avevano neanche incominciata. Lo spelling di Domenico era adesso completamente in alto mare. E balbuziava «Forse ci sono due kappa. Acca o senza acca. Forse sono tutte "g". Forse le "o" non ci sono proprio! Una volta ho visto il nome di un parlamentare che era Kubrick... Forse è lo stesso. Ma no, non può essere!...». Sempre più istericamente cominciava a darsi i pugni alla testa. Siro a sua volta scribacchiava sempre di più cercando di indovinare la sequenza letterale giusta. Ma era come vincere alla lotteria. La pagina era completamente coperta in entrambi i lati e in un eccesso di rabbia, con la penna che si rifiutava di scrivere, la accartocciò e la tirò all’orologio. Il suo sguardo si fermò abbastanza a lungo per notare che il break era finito da cinque minuti. Improvvisamente con un moto di violenza, Domenico si scaraventò contro la fila di armadietti metallici del personale domestico: pugni e calci a non finire. Solo dopo essersi stancato, passò a notare i danni inflitti. Nemmeno uno degli armadietti era sopravvissuto alla sua furia... Si girò a guardare Siro che era altrettanto isterico ed esplose: «Come cazzo è possibile! Che il Direttore, una persona tanto onesta, tanto brava, così accessibile e pronta ad aiutarti, deve avere un nome del cazzo che non si può neanche scrivere?» Un attimo dopo la porta degli spogliatoi si aprì. Quando si girarono videro il Manager. La "lumaca"ronzava. I grembiuli grigi ben legati al corpo sugli stivaloni e le maniche arrotolate, le mani di nuovo nei guanti gialli di materia plastica. Siro e Domenico lavavano l’angolo di un altro corridoio nell’opprimente interrato. Entrambi erano reduci da una mezz’ora trascorsa nell’ufficio del Manager che aveva provveduto a metterli, metaforicamente, sotto i piedi. Non ci furono solo rimproveri a non finire ma la ferma promessa che avrebbero pagato quegli armadietti fino all’ultimo centesimo. Siro rabbrividì quando pensò che sarebbero state per lo meno cinquecento sterline. Voleva quasi rispondere che sarebbe toccato a Domenico pagarli, perché per quanto lo riguardava lui aveva soltanto tirato un innocuo cartoccio di carta all’orologio sul muro. Ma si riserbò di affrontare l’argomento in una migliore occasione. Domenico guardò il suo orologio. Le cinque. Un’altra ora e la loro giornata di lavoro sarebbe finita. «lo penso che il Manager, sì, abbia annusato il pericolo» commentò Domenico continuando la discussione che, ovviamente, era cominciata quando il Manager li aveva messi alla porta. «Perché?» «Come, non glielo ho forse chiesto? Tu eri presente, no? E lui mi dice "I dont’ know". Adesso, dimmi, com’è possibile che il Manager non conosca il nome del direttore?» «Se capita a noi di non saperlo, può capitare anche a lui», rispose Siro. «Si, ma noi non siamo inglesi. L’inglese non lo sappiamo bene. Il Manager è inglese. Deve aver fatto anche l’università. E anche ammesso che non lo sapesse, nell’ufficio ci sono lettere intestate, brochures e documenti col nome del direttore stampato» «lo non ci ho fatto caso - disse Siro - e ti assicuro che guardavo dappertutto, proprio per rubare momentaneamente qualche documento con il nome stampato del direttore». «I documenti ce li hanno negli schedari, no...» spiegò Domenico. «Mr. Linchfield non doveva far altro che copiarlo da uno dei documenti. Lui, il furbo, ha annusato per quale ragione noi vogliamo scrivere. E non vuole che la nostra versione raggiunga il direttore. Così ha messo la scusa che non lo sapeva. Credi che gli inglesi siano stupidi...» Domenico fermò la "lavapavimento" e guardò con disgusto al mucchio di scatole di cartone, panni sporchi, cenci, giornali e riviste che ingombravano quell’angolo cieco dell’interrato. «Ma quante volte devo dirglielo di usare il rubbish bin! E quelli sempre che scaricano tutto qui. Che stai a guardare. Siro? Metti tutto nei sacchi di plastica che poi li gettiamo nella spazzatura». «Wait. Stavo pensando... Lo nominano spesso nei giornali, no?» «What?» «Il direttore. Lo nominano spesso nei giornali...» Di colpo Domenico capì e, senza neanche spegnere la "lumaca", si buttò sul mucchio di immondizia districando fuori quanto più giornali poteva. Li passava a Siro che, a sua volta, li spolverava e subito ebbero un paio di mucchietti ben piegati l’uno sull’altro. «Tu fai quel mucchio e io faccio questo!», impartì Domenico. E subito, i due erano accoccolati a spiegazzare i giornali al centro del pavimento. «È una parola trovarlo adesso, non ho neanche gli occhiali», borbottò Domenico. «Guarda per gli articoli sul Welfare State... Sul National health.. », diceva Siro. Pochi minuti dopo quasi un grido «Look! Guarda!» e si fissò sull’articolo che aveva trovato. Domenico lasciò il suo mucchio e corse dall’amico. «Dov’è? Dov’è?» chiedeva. «Look, ma guarda che cazzo!» proruppe Siro disgustato. «Ma dove cazzo è!» insistette Domenico. Siro puntò col dito «Andreotti, accusato di omicidio!». «Ma chi cazzo se ne frega! Lascia stare i cazzi dell’Italia e pensa ai cazzi nostri!...E se ci mettiamo a leggere il Milan e la Juve, qua non la finiamo mai!» «Hai ragione» commentò Siro «d’altronde sono cose che fanno vomitare e di vomitare non me la sento proprio... » «Ecco! Ecco!», urlò Domenico un minuto dopo che era ritornato al suo mucchio di giornali... E mostrò il ritaglio a Siro. «Dice "King’s College, Liver transplant...", parla delle operazioni di fegato che fanno qui, no? The Director General, Coochick and his wife on Bahamas trip. È nelle Bahamas e dice che è favorevole alla privatizzazione degli ospedali» «Va bè, ma guarda, come si scrive...» incalzò Domenico. «Sì, aspetta che c’è un altro articolo qua... Qui scrivono senza Coocik senza "h"». Domenico s’accigliò, «Come senza "h"?» «No, non c’è l’"h"». Che te la vuoi prendere con me? Troviamone altri... metti da parte i trafiletti che trovi e poi facciamo il paragone», suggerì Siro.
E i due ripresero la caccia agli articoli. Un quarto d’ora dopo i giornali erano esauriti. I due colleghi, ognuno con la sua raccolta di ritagli, si sedettero sul panchetto al lato del corridoio, proprio di fianco alle toilets per uomini. E cominciarono a confrontare tutte le volte che il nome del direttore veniva citato. «Questa qua ha una "x"», cominciò Siro. «Ma che "z" del cazzo. La "z" non c’era mai stata prima» «E adesso qui lo scrivono con la "z". Cootzchik» «E sarà un errore di stampa». E poi Domenico aggiunse «questo ha "ch" e quest’altro ha invece una "k"...» «Well, di chi ti fidi di più? Del "Times" o del "Daily Telegraph"?» chiese Siro. «Che domanda da scemo, è nato prima l’uovo o la gallina?» Ancora una volta i due si immersero nella lettura dei ritagli. Ovunque comparisse il nome del direttore, loro lo sottolineavano con la penna. «Coochick... Coochik... Coochik... Coochick... Coochick...» chioccolavano i due. Ma se il suono era uno e preciso, si trovarono subito coi risultati dello spelling nelle mani. Siro contò mentalmente «Un totale di otto citazioni e ci sono tre modi diversi di scrivere il nome del direttore. Tre esempi con la "k", quattro con "ch" e uno la "sh"! Senza contare quello con la "z" e quello senza "h" di prima». «Ma che giornalisti del cazzo!» sbottò Domenico. «È un nome complicato» azzardò una giustifica Siro. Lo sguardo di disgusto di Domenico gli produsse un ghigno che faceva compassione. «Complicato, certo! Per noi che siamo italiani! Non lo dovrebbe essere per loro che sono inglesi e professionisti! È una cospirazione bell’e buona! Che cazzo di giustizia è mai questa! Se con tutta la democrazia di questo mondo non possiamo scrivere un indirizzo su una busta di carta!... In Italia una cosa del genere non mi è mai successa! Sarà che la nostra democrazia fa schifo, e non dico di no, ma Cristo! almeno ai nostri possiamo scrivere!» «A che vale saper scrivere i nomi in Italia - commentò Siro- se la lettera non te la legge nessuno». «Ma almeno va all’indirizzo giusto, alla persona giusta!» «...e direttamente nel cestino», concluse Siro con un’intonazione monellesca. Di nuovo Domenico lo guardò brutto-brutto. «Non sto a difendere gli inglesi... ma loro il senso della giustizia ce l’hanno» s’affrettò a dire Siro. «Ma va affanculo! Che cazzo di giustizia è questa se nessuno ti sente!». Ma Domenico dovette subito ricredersi. Qualcuno li stava ascoltando fin troppo attentamente. E, avvertendo una presenza, si voltarono. Il Manager stava dietro di loro. «Guarda un po’, questo ha fatto l’abitudine di sorprenderci» borbottò Siro. E, soltanto in quel momento, i due amici si accorsero che nell’affanno e nella furia di recuperare i giornali avevano sparso sporcizia dappertutto. Il Manager sorrise compiaciuto, come per dire «adesso siete veramente fregati». «Credevo che vi pagavamo pulire e non per sporcare... ma mi ero sbagliato». Siro di nascosto trattenne Domenico dall’avventarsi sul Manager. Quell’ironia crudele lo faceva diventare una bestia. «Questo è vandalismo» - continuò Mister Linchfield - che, aggiunto al giocare a carte e al danno agli armadietti, rende il tutto non più tollerabile. Domani, siete avvisati, non presentatevi più. Qualsiasi ammontare ancora dovuto vi sarà mandato per posta» «Jesus» pensò Siro. Questo era licenziamento sul posto. E lui che aveva progettato di andare con la sua irlandese a farsi un di vacanza in Irlanda.. E aveva bisogno di più soldi che poteva. Così, quando Domenico cominciò ad abbaiare verso il Manager «Chi cazzo ti credi di...», gli tappò la bocca e lo spinse dietro di sé. «Mi dispiace, ma adesso il servizio domestico è privatizzato. Non avete più il sindacato che vi protegge. Io ho l’ordine di licenziare sul posto e ridurre i costi. Veramente vi dovevo licenziare da questa mattina». «Look sir, la preghiamo di perdonarci. Puliremo tutto com’era», assicurò Siro. Ma il Manager era adesso attratto dai ritagli di giornali. E notò il nome del direttore sottolineato dovunque appariva. E rivolgendosi nuovamente a loro disse «Cos’è? Kidnapping? Mafia». Siro s’affrettò a scusarsi «No, guarda, excuse me Mister Linchfield, mica pensa, dice sul serio?...» «Per quale motivo siete a Londra?», intimò nervosamente Mister Linchfield. «Motivo? Per lavoro, che altro motivo possiamo avere. Sarete nuovo ma non avete visto che io lavoro qui da quindici anni e Domenico da ventidue?» «Vedi, io non credo che siate qui per lavoro...» disse risolutamente il Manager. «Che cazzo vuoi dire», gridò Domenico. Il Manager li guardava mentre indietreggiava lentamente. Adesso aveva veramente paura perché tremava visibilmente. E improvvisamente, si girò e si mise a correre via come un pazzo. «Christ!», esclamò Siro incapace di credere ai suoi occhi. Domenico si crepava dalle risate. «Ah! Ah! Ah!... Quello... hai sentito! Kidnapping! Mafia! Ah! Ah! Quello veramente crede che noi... Ah! Ah! Ah! Hai visto come correva! Che fregnone!» Ma Siro era più che preoccupato: «Ma guarda che io a carte giocavo solo farti compagnia... Alla fin fine se non vogliono farci giocare non giochiamo...» «Nel tea-break facciamo quello che ci piace! È un diritto». «Ma a me non me ne frega! Io qui venivo per lavorare e portami a casa la settimana! Se non si gioca a scopa non è che ti ammazzano la madre! No? E tu fai tanto trambusto! Addirittura devi andare a scrivere al direttore!» «Oh, ma che cazzo dici, Siro! Guarda che è una questione di giustizia! Di diritti umani». «Ma chi se ne frega! Adesso mi hai fatto perdere il posto! Che faccio adesso? Il lavapiatti nel West End? Dove non ti danno neppure la paga minima!... Lì sì che ti fanno cacare duro! Altro che diritti umani!... Qui era una pacchia in confronto!» «Ma giocare a carte è sempre stato...» «Ma non me ne frega! Domenico! Le carte non le voglio vedere più! E neanche te!...» «Ma Siro! Guarda che qui lo scemo sei tu! Quello ci ha accusato di kidnapping e mafia, solo perché siamo italiani!» «Non me ne frega! Io volevo lavorare e basta! Io sto cercando di mettere su una famiglia, Okay!» «Okay! Okay! Ma io al direttore gli scrivo lo stesso! Gli scrivo da solo! E vedrai la giustizia!» «Fuck off, Domenico!» «Va affanculo tu!, Siro» E minacciandosi a vicenda e bestemmiando Domenico e Siro quella sera si separarono. Non si videro mai più. Dopo il licenziamento Siro se ne andò nell’Irlanda del Nord a vivere con la sua ragazza. Domenico non trovò più lavoro e, dopo ventitré anni all’estero, se ne tornò al suo paese in Italia. Adesso gioca a carte nel bar.
 
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Pensando a dopo/ I viaggi ipotetici, ma come è bella l’Italia di Isa Baratta
7 Aprile 2020 0 Di FATTO A LATINA


Isabella Baratta ci manda un racconto, una suggestione, che pubblichiamo. In tempi bui scopri che sono le cosde vicine eccezionali, che nessuna spiaggia tropicale vale la Cappella Sistina, che nessun resort in terre assolate ha decenza davanti a Firenze, che il miracolo non è una artificiale città dei cafoni neo ricchi arabi, ma nella meraviglia di piazza delle meraviglie a Pisa. Che saranno pure boni sti sushi, ma voi mette i broccoletti? La falia? Le paste di visciole?
Una foto orgogliosa io per rubarvi un sorriso cito Don Burro, al secolo Christian De Sica di Vacanze in America. Scena sotto na fraschetta a giocà a carte… “se, l’America, ma voi mettà st’aria fina de Frosinone, ma se sta bene de capo, de core e de panza”.


Penso spesso a quanto bella sia l’Italia . Per carità , ogni Nazione ha la sua bellezza ma la nostra ne racchiude mille in più . Qualche tempo fa comprai , in un mercatino di libri , un volume intitolato “Terra”, un cube book fatto di solo bellissime fotografie scattate in giro per il mondo. Ebbene , ci sono 67 illustrazioni dedicate all’Italia contro le 3 o 4 ad ognuno degli altri paesi . Soddisfazione ed orgoglio .
Ad oggi mi sento fortunata perchè ho avuto la possibilità di visitare la nostra penisola dalle Alpi alla Sicilia, ma non è ancora abbastanza. L’Italia è quel paese in cui anche una piccola frazione vale la pena di essere conosciuta . La bellezza dei luoghi , i panorami , la storia, fanno del nostro paese una leggenda.
Credo sia il sogno di tutti i cittadini del mondo visitare almeno una volta nella vita il nostro paese. Sono figlia di un uomo che ha sempre viaggiato per lavoro. Non quei viaggi che fanno oggi i manager , toccata e fuga in alberghi di lusso per chiudere contratti. Io sono figlia di un autista di autobus che accompagnava ragazzi in gita scolastica e comitive in viaggi fuori porta . Santuari , abbazie , laghi , città d’arte . Quando restava qualche posto libero , zainetto in spalla andavo con mio padre e mi pareva di partire per il mondo . In Abruzzo i ricordi più belli e avventurosi . Tappa fissa erano i picnic lungo i fiumi.
Cult i panini con frittata e broccoletti e le pastarelle di visciole portate da casa . Ci si conosceva un po’ tutti e quando si entrava nei negozi di souvenir a mio papà, che era l’autista del gruppo , facevano sempre un regalino ed io mi sentivo figlia di un uomo importante . Era l’Italia che cresceva , l’Italia che lavorava , l’Italia che non si arrendeva . Proprio come oggi . Siamo tutti figli di chi ha fatto l’Italia . Nipoti di chi l’ha costruita .
Genitori di chi la riporterà ad essere grande come merita . La gente passa ma la storia resta. Molti errori ci hanno portato a toccare il fondo . Dalle catastrofi naturali abbiamo capito il senso vero di fratellanza ed altruismo che ci accomuna , da nord a sud . Quel senso che ci ha fatto sempre rialzare . È forse per questo che abbiamo la forma di uno stivale , uno stivale di pelle dura . Siamo fatti per camminare e guardare sempre avanti . Noi

Isabella Baratta

https://fattoalatina.it/2020/04/07/...etici-ma-come-e-bella-litalia-di-isa-baratta/
 
#4


Un viaggio interiore
Noi non cesseremo l’esplorazione
E la fine di tutte le nostre ricerche
Sarà di giungere là dove siamo partiti,
E conoscere il luogo per la prima volta.
T.S. Eliot – Quattro quartetti

In generale ogni tradizione spirituale può essere vista come un cammino, un viaggio interiore, dove il termine viaggio assume un significato un po’ diverso da quello a cui siamo abituati; ad esempio, non è come quando facciamo un viaggio per andare in vacanza: in quel caso non vediamo l’ora di arrivare a destinazione, alla nostra meta e il viaggio è qualcosa di accessorio che deve essere il più breve possibile.
Il viaggio interiore è più come un’esplorazione di un territorio sconosciuto dove in ogni luogo momento manteniamo una capacità di apertura al nuovo, insieme ad un senso di stupore; è come un pellegrinaggio dove ciò che conta è il viaggiare stesso e non la meta, dove ciò che conta è la capacità di meravigliarsi di nuovo e ancora di nuovo.

Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi.
Marcel Proust
Quindi possiamo definire la ricerca interiore come un cammino di conoscenza che permette di familiarizzarci con ciò che siamo veramente, dove il termine familiarizzarci comprende diversi significati.

Un primo significato è “fare amicizia”, cioè sviluppare un genuino senso di empatia, di amicizia, di tenerezza innanzitutto verso noi stessi. Il nostro viaggio parte proprio da noi stessi, dall’aprirsi e dall’apprezzare ciò che siamo: dove apprezzare significa sia vedere, riconoscere ciò che siamo e sia “voler bene” a ciò che siamo. Se non permettiamo al nostro cuore di ammorbidirsi, se non ci lasciamo toccare interiormente, allora di che utilità è la pratica? Attraverso una progressiva cessazione della continua guerra dentro di noi e contro di noi, attraverso una progressiva cessazione dell’abitudine compulsiva al giudizio (siamo pieni di “questo mi piace”, “questo non mi piace” e “questo è così”, “questo non è così”) si sviluppa un naturale senso di agio, di accettazione, di fiducia che riverbera spontaneamente verso gli altri.

Quando non punite o non condannate voi stessi; quando vi rilassate e apprezzate la vostra mente e il vostro corpo, iniziate ad entrare in contatto con l’essenziale nozione della bontà fondamentale che è dentro di voi. Quindi è estremamente importante la volontà di aprirvi a voi stessi. Sviluppare un senso di auto tenerezza consente di vedere con precisione sia i vostri problemi che le vostre potenzialità. Non sentite che potete ignorare i problemi o esagerare le potenzialità. Questo tipo di gentilezza e apprezzamento verso voi stessi è estremamente necessario. Crea il terreno per poter aiutare voi e gli altri.
Chogyam Trungpa - Shambhala. La via sacra del guerriero.

Una seconda dimensione è quella di “ri scoprire”, “ri conoscere” ciò che siamo: quindi un processo di auto conoscenza, di comprensione profonda a tutti i livelli, sia di ciò che siamo e sia di ciò che è salutare. Non si tratta però di aderire, accettare, nè di rifiutare, negare un certo sistema di credenze filosofico e/o religioso, e nemmeno di scimiottare dei comportamenti prefissati. Si tratta invece di riflettere, di investigare su noi stessi e sulla nostra vita senza dare nulla per scontato, progressivamente disidentificandoci dalle idee, dai giudizi e dai ruoli che “giochiamo” nella vita. Fermandoci e guardando in profondità scopriamo che in realtà non ci conosciamo veramente: ciò che conosciamo è una sovrastruttura, una maschera che ci impedisce di essere veramente in contatto con ciò che siamo autententicamente.

Non fatevi guidare da dicerie, da tradizioni o dal sentito dire; non fatevi guidare dall’autorità dei testi religiosi, oggetto spesso di manipolazioni; non fatevi guidare solo dalla logica o dalla dialettica, né dalla considerazione delle apparenze, né dal piacere del filosofare, né dalle verosimiglianze, né dall’autorità dei maestri e dei superiori.
Imparate da voi stessi a riconoscere quello che è nocivo, falso, cattivo e, dopo averlo osservato e investigato, avendo compreso che porta danno e sofferenza, abbandonatelo.
Imparate da voi stessi a riconoscere quello che è utile, meritevole e buono e, dopo averlo osservato e investigato, avendo compreso che porta beneficio e felicità, accettatelo e seguitelo.
Il Buddha - Kalama Sutta .

Un terzo aspetto del cammino è quello che si può definire “una esperienza in prima persona”: il cammino va percorso in prima persona, non si può prendere a prestito l’esperienza di un altro. In questo senso il viaggio interiore è una esperienza personale, intima, che riguarda la totalità del nostro essere. Se rimaniamo solo ad un livello di conoscenza superficiale senza metterci veramente in gioco come possiamo sperare che avvengano dei cambiamenti positivi in noi stessi? Si tratta quindi di imparare a prenderci cura di noi stessi, diventando via via più autonomi e liberi. Se ci assumiamo la responsabilità di noi stessi, anche le nostre relazioni cambieranno: invece di instaurare relazioni di dipendenza saremo sempre più in grado di trovare dei rapporti più equilibrati in tutte le situazioni della vita.

L’essenziale nello Yoga non è imparare a stare sulla testa, ma imparare a stare sui propri piedi.
Swami Satchidananda
Non si riceve la saggezza, bisogna scoprirla da soli al termine di un itinerario che nessuno può compiere per noi, nessuno può risparmiarci, perché è un modo di vedere le cose.
Marcel Proust.

Una quarta angolazione da cui guardare il cammino interiore è quella della “purificazione semplificazione”: il fatto che non ci conosciamo veramente, che non siamo in armonia con ciò che veramente siamo implica che ci sono dei veli, delle impurità: allora, da questo punto vista, possiamo considerare la ricerca interiore come un processo di purificazione dagli inquinanti e/o semplificazione dalle costruzioni mentali. Il cammino interiore riguarda più l’abbandonare, il lasciare andare invece che l’aggiungere, l’acquisire.

Infine, il termine stesso familiarizzare fa riferimento ad un “un processo”, quindi ad uno svolgimento, un’evoluzione, un senso di cammino, dove questo cammino non ha un percorso lineare, ma può essere visto come una spirale. Ad ogni giro della spirale la nostra familiarizzazione si approfondisce e acquisisce una maggiore stabilità: sostanzialmente ciò che facciamo è sempre lo stesso, ma su piani differenti. Ciò implica l’utilizzo e di conseguenza lo sviluppo della “mente del principiante”, cioè la capacità di iniziare di nuovo e ancora di nuovo con pazienza e interesse. Vivere la nostra ricerca interiore come un processo ci libera dall’attaccamento a risultati prefissati, permettendoci la continua ri scoperta.

Nella mente del principiante ci sono molte possibilità, in quella da esperto poche.
Suzuki Roshi – Mente Zen Mente di Principiante.
Spero che non dimentichiate mai che il viaggio è più importante della scoperta. Con ogni nostro passo mettiamo in moto nella coscienza umana qualcosa di nuovo.
Vimala Thakar.

È un viaggio, ma non è un viaggio verso terre lontane, è più come un tornare a casa.
Se siamo stati lontani da casa per molto tempo è probabile che inizialmente non riconosceremo la nostra casa come “nostra”; poi, piano piano, “abitando” la nostra casa, la riconosceremo.
Entrando in casa probabilmente troveremo un sacco di sporcizia che dovremo pulire prima di sentirci di nuovo a nostro agio; magari inizieremo pulendo le aree essenziali come la cucina, la camera da letto e il bagno, per poi prenderci cura di tutte le altre stanze.
Lo scopo del processo è quello di essere di nuovo a casa e il modo di ottenerlo è proprio abitare, dimorare nella nostra vera casa.

Il guerriero avverte un senso di rilassamento nella sua conquista che non si basa su azioni egocentriche ma sulla stabilità e fiducia incondizionata, priva di aggressività. In tal modo il viaggio diventa simile a un fiore che si apre: è un naturale processo di espansione.
Chogyam Trungpa - Shambhala. La via sacra del guerriero.


http://www.sedendoquietamente.org/h...ente/rilassamento-totale/un-viaggio-interiore
 
#5
Il coraggio di intraprendere un viaggio interiore
Si sente sempre dire che le cose migliori non si misurano in denaro. Di certo è vero che viaggiare ci apporta una grande esperienza ed è un modo eccellente di aprirsi al mondo e di conoscere altre culture, ma spesso capita che facciamo le valigie per scappare. Compriamo il biglietto, ci fermiamo in hotel per una settimana, in un villaggio turistico … Paghiamo per fuggire, riposare e allontanarci da quel che siamo quotidianamente e dai nostri obblighi.

Si tratta di ciò che viene chiamato “bisogno di evasione” e implica scappare momentaneamente da ciò che siamo e dai nostri problemi sociali. Comprare un biglietto per raggiungere un’altra parte del mondo non è l’unico modo che usiamo per evadere: spesso lo facciamo anche attraverso la televisione o le reti sociali; ci disconnettiamo per riposare. Non si tratta assolutamente di un fatto negativo, ma qualche volta andrebbe bene praticare anche un altro tipo di viaggio: il viaggio interiore. Vi invitiamo a salpare con noi …

Il viaggio interiore
Cos’è un viaggio interiore? Nome strano, avventura interessante. Non è necessario spostarsi in un posto fisico, non avete bisogno né di valigie né di venditori di fumo che vi promettono paesaggi da sogno a un prezzo stracciato. Questo viaggio è una traiettoria verso l’interno, verso l’introspezione.

Vi avvertiamo che si tratta di un viaggio rischioso, durante il quale potreste imbattervi in paure e dove potreste perdervi con le vostre stesse mappe; è un terreno sia psicologico che spirituale in cui conoscerete voi stessi. Da quanto tempo non pensate a voi stessi? Gli obblighi quotidiani, il lavoro, le persone attorno a noi, coloro per le quali viviamo, soffriamo e amiamo. Il nostro ambiente sociale e personale è importante, anzi imprescindibile, ma lo è anche il nostro micro-universo emotivo.

Come vi sentite in questo momento? In che tappa della vita vi trovate? Avete realizzato le vostre aspirazioni, avete sfiorato con le vostre mani la forma dei vostri sogni? Di cos’avete bisogno per essere felici? Il viaggio interiore è un tragitto costellato di domande alle quali bisogna trovare una risposta. Raggiungere l’autoconoscenza non è sempre facile, richiede tranquillità e la volontà di esaminarsi.

La mappa interiore
Lo psichiatra Eric Berne era solito chiedere ai suoi pazienti: “Dov’è la tua mente mentre il tuo corpo sta qui?” Una domanda diretta e provocatoria allo stesso tempo. Chiedetevelo ogni tanto, potreste rendervi conto del fatto che molto spesso scappate con la vostra mente, desiderando cose diverse, aspirando ad altri scenari. Se la vostra realtà non coincide con quello che sogna la vostra mente, forse dovreste ripensare alcune questioni della vostra vita. Ed ecco qua il rischio del viaggio interiore: ci fa aprire porte che fanno male, ci obbliga a seguire un percorso che non sempre è lineare, che, anzi, nel suo disegno, prevede indietreggiamenti e imprevedibili ostacoli per poter conoscere noi stessi.

Vi starete chiedendo: “Come possiamo accedere a questo viaggio interiore?” Ci sono vari modi, il più importante è avere volontà e tempo da investire in voi stessi. Ascoltatevi:

  • Osservate il vostro comportamento e chiedetevi perché fate certe cose e perché non ne fate delle altre che magari vi interessano.
  • Praticate l’introspezione e la riflessione personale.
  • Analizzate le vostre fantasie e i vostri desideri quotidiani, cercate di capire quali sono le vostre necessità.
  • Ricordatevi dei momenti felici e anche di quelli dolorosi. Chiedetevi come vi sentite adesso.
  • Riposate, pensate e meditate. Ritagliate almeno un’ora al giorno di silenzio per voi stessi, affondate nel vostro oceano personale in cui vale sempre la pena gettare l’ancora.
lamenteemeravigliosa.it
 
#7
di Paolo Travisi
Elon Musk, fuga su Marte: «Sarà un viaggio senza ritorno, con alte probabilità di morire»
Mentre la sonda Insight è atterrata su Marte e la Nasa celebra il successo di questa missione, Elon Musk, torna a parlare dei suoi sogni spaziali. E lo fa in un'intervista rilasciata per un documentario della HBO. Il fondatore di Space X e Tesla ha le idee chiare, al 70%. Sono queste le probabilità che lui stesso salga a bordo della capsula Crew Dragon per raggiungere Marte. Ma non è questa l'unica notizia. L'altra è che dal Pianeta Rosso non farà ritorno.
Verità o provocazione, non è dato sapere. Quel che è certo è che le condizioni tecnologiche non consentono ad oggi, ma neanche a stretto giro, di poter tornare dal pianeta, ma di compiere un viaggio a senso unico. «La probabilità di morire su Marte è molto più alta che sulla Terra», ha detto Musk nell'intervista, dove bisognerà lavorare «senza sosta per costruire la base, in un ambiente molto ostile, dove ci sono buone possibilità di morire lì. Pensiamo di poter tornare indietro, ma non ne siamo sicuri».

La frase dell'imprenditore visionario, risponde all'idea preconcetta che viaggiare oltre i confini terrestri, sia un passatempo per miliardari. Una sorta di fuga da un pianeta sovraffollato, ma riservato solo all'1% dei terrestri. I più ricchi del mondo. “Chi andrà su Marte avrà ben poco tempo per divertirsi” ha aggiunto Musk, altro che fuga d'emergenza.
(continua su https://www.leggo.it/esteri/news/elon_musk_marte_viaggio_senza_ritorno-4135294.html )
 
#9
Usa, in volo sopra l'aeroporto di Los Angeles con uno zaino a razzo
Le registrazioni tra un pilota e la torre di controllo in fase di atterraggio: "Abbiamo appena superato un ragazzo in jetpack, era a 300 metri". La Federal Aviation Administration (FAA) degli Stati Uniti e l'Fbi stanno indagando


02 settembre 2020

LOS ANGELES - "Torre di controllo, American 1997, abbiamo appena superato un ragazzo in un jet pack". È quanto si sente dalle registrazioni aeree su cui sta indagando la Federal Aviation Administration (FAA) degli Stati Uniti. Qualcuno volava con lo zaino a razzo sopra l'aeroporto internazionale di Los Angeles durante il fine settimana. L'avvistamento è avvenuto intorno alle 18,35 di domenica scorsa e ha creato un certo scompiglio.

"American 1997, ok, grazie, era alla tua sinistra o alla tua destra?" chiede il controllore. "Sul lato sinistro a circa 300 metri o giù di lì alla nostra altitudine", risponde il pilota. Anche un altro pilota segnala subito l'avvistamento.
"Abbiamo appena visto il ragazzo passare nel jet pack", dice. Il controllore consiglia poi ad un terzo aereo in volo di usare cautela. "Una persona in un jet pack è stata avvistata 300 metri a sud di Los Angeles a circa 3000 piedi", continua il controllore. Una portavoce dell'FBI, Laura Eimiller, ha detto al LA Times che anche l'agenzia sta indagando sull'incidente. "L'FBI è a conoscenza dei rapporti dei piloti di domenica e sta lavorando per determinare cosa sia successo", dichiara l'agenzia in un comunicato.

La tv Fox 11 Los Angeles ha ottenuto le registrazioni delle comunicazioni tra l'aereo e la torre mentre i piloti si avvicinavano all'aeroporto. Le forze armate degli Stati Uniti hanno compiuto la maggior parte della ricerca effettuata sui jet pack per concludere dichiarando che gli elicotteri sono più funzionali



https://www.repubblica.it/esteri/20...ti-266037000/?ref=RHPPTP-BH-I0-C12-P3-S4.4-T1
 
#12
Cappato: "La fine in diretta è l'unica cosa che resta ad Alain per aiutare la libertà di scelta"


Il tesoriere dell'associazione Coscioni interviene sul caso del malato francese che dopo aver rifiutato idratazione e nutrizione ha chiesto, non ottenendolo, di andarsene in diretta Facebook. "Qui avrebbe almeno la sedazione". In Italia, dopo due inviti della Consulta a legiferare, il Parlamento non ha ancora approvato una legge

di CATERINA PASOLINI

06 settembre 2020

"Alain Cocq in Italia credo troverebbe ascolto. Lo addormenterebbero con la sedazione profonda, che è cosa ben diversa dall'eutanasia. È accaduto in passato: il medico ha certificato che la situazione di disagio e sofferenza psichica era intollerabile e così il malato inguaribile è stato sedato passando in alcuni giorni dal sonno alla morte. Il suicidio assistito no, non l'avrebbe neppure qui. Nonostante la Consulta abbia dichiarato che in determinate condizioni è legale, non essendoci una legge per il colpevole ritardo del Parlamento, non c'è una procedura per attuarlo".
Pesa le parole Marco Cappato, tesoriere dell'associazione Coscioni, sulla sorte del cinquantenne francese affetto da una malattia incurabile che ha rifiutato nutrizione, idratazione e chiesto di morire in diretta Facebook perche tutti vedessero che "in Francia non si può morire con dignità". Da anni Cappato si batte per la libertà di scelta sul fine vita, in prima persona, tanto che è stato assolto dopo il pronunciamento della Consulta dall'accusa di aiuto al suicidio per la morte di Fabiano Antoniani, il dj milanese quarantenne tetraplegico che accompagnò in Svizzera a morire.
Chiede di morire con dignità, cosa prevede la legge francese?
"Da quello che si capisce ha chiesto la sedazione nell'ambito della legittima rinuncia a idratazione e nutrizione. La differenza con la Francia è che qui la legge prevede che il medico possa praticare la sedazione profonda a chi è malato in fasse terminale, ma anche agli inguaribili con sofferenze insopportabili. E quindi potrebbe essere addormentato. Il suicidio assistito no, manca la legge".

Diritti e fine vita, cosa manca in Italia?
"Il disegno di legge sull'eutanasia giace da sette anni in Parlamento, avevamo raccolto quasi 140mila firme, ancora nulla. E questo nonostante i richiami della Consulta che per ben due, volte, prima e dopo la sentenza sul caso Fabo, ha invitato la politica a legiferare sul tema del fine vita, dei diritti. Adesso dicono sarà ad ottobre. Vediamo cosa accade".

Cosa pensa della morte in diretta via social?
"Piergiorgio Welby, Dj Fabo, tutti prima di morire come volevano hanno scritto, lasciato messaggi video raccontando i loro desiderio di andarsene con dignità, rivendicando il diritto di scelta sulla loro vita, fino in fondo, fino alla fine. I loro erano messaggi di speranza, che la legge sarebbe cambiata, e così è stato negli anni: ora si può rinunciare a idratazione e nutrizione, farsi staccare le macchine, esprimere le proprie volontà col testamento biologico e il suicidio assistito è legale se rispetta 4 condizioni".

Quindi è d'accordo con la scelta di Cocq?
"Una scelta così non si può giudicare, si può solo rispettare. Forse pero è utile per tutti confrontarsi col dramma umano che sta vivendo, serve al dibattito per accrescere la consapevolezza. La differenza è che Welby o Dj Fabo avevano ottenuto in qualche modo di andarsene e i loro messaggi avevano un tono di speranza perché gli altri avessero un giorno il diritto di essere liberi fino alla fine, per legge. Cocq ha perso la speranza di ottenere risposta dalle istituzioni, ha parlato persino col presidente Macron, gli resta solo la testimonianza del dramma che sta vivendo".

repubblica.it
 
#13
Alla deriva nell'oceano per sette notti dentro una ghiacciaia: il salvataggio del pescatore naufrago

Homade, un pescatore indonesiano di 62 anni, è rimasto solo in balia dell'oceano per sei giorni e sette notti, prima di essere salvato da un peschereccio. L'uomo è stato avvistato nelle acque del Kalimantan meridionale (Indonesia) mentre galleggiava all'interno di una ghiacciaia di legno larga circa un metro e mezzo e alta meno di novanta centimetri. L'imbarcazione su cui si trovava era affondata durante una battuta di pesca. Homade si è quindi salvato svuotando una cella frigorifera utilizzata per conservare il pescato e ci si è messo dentro come fosse una scialuppa di salvataggio. Una volta tratto in salvo, l'uomo è stato portato in ospedale e dopo poche ore è tornato a casa.

videoReuters

Guarda qui il video:
https://video.repubblica.it/mondo/i...-pescatore-naufrago/368150/368732?ref=RHPF-WT
 
#14
Sui sentieri tra Claviere e Monginevro, sul confine tra Italia e Francia, il 10 gennaio 2019. (Michele Cattani)


Migranti
I migranti rischiano la vita attraverso le Alpi

Annalisa Camilli, giornalista di Internazionale

Porta sulle spalle una grossa sacca di tela verde che lo costringe a camminare con la schiena piegata. Ha le gambe sottili e un cappello nero che gli protegge la fronte dal freddo. Un cappotto più grande della sua taglia lo avvolge fino alle ginocchia. Il termometro segna meno otto gradi, quando Tidiane Ouattara scende dal treno che arriva da Torino.

Alla stazione di Oulx, in val di Susa, Ouattara, l’ivoriano, si accoda ai pendolari che tornano a casa dal lavoro, ma poi mentre tutti rapidamente scompaiono, rimane da solo fino a quando lo raggiungono di corsa due amici: Camara e Ousmane. Tutti e tre indossano diversi strati di vestiti, ma tremano dal freddo. Sono le 18.30 ed è già notte nella stazione di frontiera.

Camara, il guineano, non passa inosservato: ha un cappello di lana bianco, rosso e verde, i colori della bandiera italiana, e un giubbotto mimetico. Da qualche giorno lo hanno dimesso dal centro di accoglienza in cui viveva a Rovigo. Dopo un anno e mezzo di attesa, non ha ottenuto l’asilo ed è diventato irregolare. “Sono scappato dal mio paese a 16 anni per ragioni familiari, non per questioni politiche, né dalla guerra. Per quelli come me non ci sono permessi di soggiorno”, mi racconta con amarezza, seduto sulle panchine di legno della sala d’attesa della stazione.

Poi continua: “Non conosco nessuno in Italia, l’unico lavoro che ho trovato in un anno e mezzo è stato raccogliere l’aglio per pochi euro all’ora nei campi intorno a Rovigo. Non voglio vivere per strada e così proverò ad andare in Francia dove mi aspetta un amico”. Il suo nome è Ibrahim, ma tutti lo chiamano per cognome, Camara. Dei tre è il più giovane e il più espansivo.
Il gioco dell’oca
Ousmane Touré ha la storia più travagliata. Ha gli occhi stanchi e l’aria di uno che non ha più nulla da perdere: ha passato gli ultimi anni della sua vita ad attraversare la frontiera, ma è sempre stato rimandato indietro. Qualcuno al posto suo avrebbe desistito e invece sembra che gli sia venuta una specie di malattia: continua a provare l’impresa senza paura di essere preso, senza il timore del fallimento. C’è una specie di accanimento indolente in quelli come lui: accettare di fermarsi in Italia significherebbe aver sprecato gli ultimi anni della sua vita.
Touré è arrivato in Italia dalla Libia nell’estate del 2017, è stato soccorso in mare e portato a Crotone; è stato un mese in un centro di accoglienza a Roccella Ionica, in Calabria, ma non ha mai fatto domanda d’asilo. Voleva andare in Francia. Una mattina è scappato dal centro e ha preso il primo treno per Ventimiglia. “Sono della Costa d’Avorio, parlo francese, per me è naturale andare in Francia. I francesi ci hanno colonizzato, ma ora non ci lasciano entrare nel loro paese”.
L’ivoriano ha vissuto sotto il cavalcavia di Ventimiglia per due mesi nell’autunno del 2017. Fermato e respinto dalla polizia francese decine di volte, ha deciso di cambiare rotta. “Una volta ero riuscito ad arrivare fino a Marsiglia in treno, pensavo finalmente di avercela fatta e invece la polizia mi ha fermato e mi ha riportato indietro”. Dopo due mesi di buchi nell’acqua, ha deciso di provare ad attraversare il confine da Bardonecchia, percorrendo il sentiero che porta al Colle della Scala: cinquecento metri di dislivello, sette ore di cammino nel pieno dell’inverno.
“A scuola abbiamo studiato cosa sono le montagne, abbiamo visto qualche montagna in televisione. Ma camminare in montagna è difficilissimo, cammini due metri e ti fermi per quanto è faticoso”, mi racconta il ragazzo, guardando la neve dalla finestra della stazione. Touré è riuscito a raggiungere Briançon, in Francia, e poi Parigi. Ha vissuto qualche mese da un amico a Saint-Denis, un comune nell’area metropolitana della capitale francese, facendo dei lavoretti.





Poi un giorno la polizia l’ha fermato e ha controllato i suoi documenti, stabilendo che il ragazzo era entrato in Francia illegalmente dall’Italia e che doveva essere sottoposto alla “procedura Dublino”, cioè essere riportato oltreconfine nel paese di primo ingresso in Europa. “Allo sbarco in Italia avevo lasciato le mie impronte digitali, come è obbligatorio fare. Ma non avevo fatto richiesta di asilo perché avrei voluto farla in Francia, ma non me lo hanno permesso”, spiega Touré.
Il ragazzo ivoriano allora è scappato in Austria, ma è stato espulso di nuovo. Si è ritrovato infine al punto di partenza, a Milano. Dopo qualche settimana in Italia, ha deciso di rimettersi in marcia e di provare ad attraversare la frontiera francese. Ouattara vuole seguirlo perché aspetta da un anno e mezzo di essere ascoltato dalla commissione territoriale che deve decidere se concedergli l’asilo. “Un anno e mezzo senza sapere quale sarà il mio destino e ora con la nuova legge sull’immigrazione ho paura, il clima è cambiato in Italia”, spiega. “Arriverà un giorno che Salvini ci porterà tutti alla frontiera”.
Ouattara ha lasciato un figlio di sette anni in Costa d’Avorio e desidera solo lavorare per mandare un po’ di soldi a casa: “Non ce la facevo più a vivere nell’attesa”. Rimettersi in marcia sembra la cosa più naturale per chi non ha trovato una sistemazione in Italia: “Il sistema di accoglienza italiano è come una lotteria, io non ho ancora capito come funziona”.
Il sentimento di paura e disorientamento è diffuso tra i richiedenti asilo che abbandonano i centri di accoglienza. Il 27 novembre l’Italia ha approvato una nuova legge sull’immigrazione voluta dal ministro dell’interno Matteo Salvini: la norma prevede tra le altre cose l’abolizione della protezione umanitaria, un forma di permesso di soggiorno che negli ultimi anni era stata concessa a migliaia di richiedenti asilo che non rientravano nella categoria di rifugiati prevista dalla convenzione di Ginevra del 1951. L’abolizione di questo tipo di permesso di soggiorno corrisponderà a un aumento considerevole degli irregolari. Secondo l’Ispi, entro il 2020, in seguito all’applicazione della nuova legge, potrebbero diventare irregolari 140mila persone, che si sommeranno alle 600mila che, secondo alcune stime, già sono presenti nel paese.
Carlotta Sami dell’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr), in missione a Oulx, conferma: “Abbiamo osservato un aumento del sentimento di insicurezza tra i rifugiati in questo momento in Italia, soprattutto riguardo alle loro prospettive di integrazione”. Per questo molti sono spinti ad attraversare la frontiera illegalmente: “A questa situazione si aggiunge la mancata riforma del regolamento di Dublino, il sistema comune di asilo, che rende ancora più difficile la mobilità dei richiedenti asilo all’interno dell’Unione europea”. Per informare i migranti dei pericoli a cui vanno incontro sulla rotta alpina alcuni rifugiati dell’associazione Mosaico di Torino, con il coordinamento dell’Unhcr, distribuiscono volantini e uno zainetto con coperte termiche e vestiti caldi ai migranti che passano per la stazione di Porta Nuova diretti verso l’alta val di Susa.
Le ronde dei medici
Nella sala d’attesa della stazione di Oulx, Ouattara, Touré e Camara incontrano due volontari italiani. A turno, tutte le sere i volontari presidiano la stazione, alcuni arrivano da Torino, altri dai paesi della valle. Silvia Massara è un’insegnante di francese di Bardonecchia, ha cominciato a fare la volontaria nell’inverno del 2018, quando la rotta alpina dei migranti passava da Bardonecchia, ma ora, da quando la stazione più battuta è diventata quella di Oulx, scende a valle quasi ogni sera per dare una mano.
Si tratta di accogliere i migranti alla stazione, distribuire i vestiti e gli scarponi raccolti dalla rete dei volontari e infine farsi una chiacchierata con loro per spiegare i pericoli della montagna.”Danger”, c’è scritto su un volantino di carta blu che tutte le sere i volontari distribuiscono alla stazione. Le informazioni sono tradotte in diverse lingue. A Oulx ci sono due dormitori: uno gestito dai salesiani a pochi metri dalla stazione che funziona solo di notte e un altro, aperto anche di giorno, gestito dagli attivisti no border, in una casa cantoniera occupata.

Nel mese di dicembre abbiamo assistito in tutto 250 persone


“Ce li ha appena consegnati la polizia italiana dopo aver fatto i soliti controlli, sono stati presi dalla polizia francese lungo i sentieri e rimandati indietro. Sono stanchi e provati”, racconta Michele Belmondo, un operatore della Croce rossa. “Nel mese di dicembre abbiamo assistito in tutto 250 persone, ma la totalità del fenomeno sfugge al nostro monitoraggio, perché alcuni migranti riescono a passare senza chiamare i soccorsi o senza essere intercettati dalla polizia francese”, continua Belmondo, che conferma di aver partecipato al soccorso di alcuni migranti che si erano persi all’inizio di dicembre.
“Cinque giorni fa un ragazzo ha raccontato che la polizia francese lo ha inseguito nei boschi con i cani, lui si è nascosto nella neve ed è rimasto per ore al freddo prima di essere soccorso da alcuni passanti che l’hanno portato all’ospedale. Aveva un principio di congelamento agli arti”, racconta Davide Rostan, pastore valdese della chiesa di Susa e volontario della rete Briser les frontières.
“La violazione più grossa che abbiamo riscontrato da parte della polizia francese è il respingimento di minori stranieri non accompagnati e in generale il respingimento di gruppi di persone alla frontiera”, continua Rostan. “Non viene data loro la possibilità di presentare la domanda di asilo in Francia”.
Il camper di Rainbow for Africa da un paio di settimane è attivo in supporto alla Croce rossa. Tutte le notti un medico, una volontaria e l’autista fanno la spola tra la stazione di Oulx, il dormitorio dei salesiani e il valico di Claviere. “Di solito i ragazzi presentano sintomi d’ipotermia, perché non sono attrezzati per questo tipo di temperature. Non hanno scarpe e abiti adeguati. Alcuni presentano sintomi di congelamento agli arti, problemi respiratori, qualcuno è sotto stress”, racconta Vincenzo Spinola, uno dei medici volontari a bordo del camper.



Un ragazzo originario della Guinea attraversa le piste della stazione sciistica di Monginevro, in Francia, 10 gennaio 2019. (Michele Cattani)


Il caso più grave è stato quello di una ragazza incinta, malata di leucemia, che voleva andare in Francia per farsi curare. “Quando il medico di turno si è accorto della grave situazione della donna ha disposto il ricovero immediato all’ospedale di Torino, dove è stata subito portata e dove ha anche partorito”, ricorda il medico. Il caso più positivo invece è stato quello di un ragazzo che aveva un mal di denti così forte da costringerlo a rimanere qualche giorno in più in Italia. “A causa del mal di denti il ragazzo non è più partito, si è fermato in val di Susa e ha trovato lavoro come panettiere”, conclude Spinola.
La traversata
Alle 7 di mattina Ouattara, Touré e Camara sono già fuori del dormitorio: l’aria è tersa, anche se fredda. Le temperature si sono un po’ alzate e i ragazzi si sono riposati, hanno cambiato le scarpe e hanno preso qualche maglione in più dai volontari. Ouattara ha lasciato la sua valigia verde e l’ha sostituita con una borsa più comoda. Touré fuma diverse sigarette prima di partire. Io e il fotografo decidiamo di seguirli.
Alle 8.50 prendiamo il primo autobus che li porta a Claviere, la cittadina italiana a 1.760 metri di altitudine: venti minuti tra tornanti che costeggiano boschi di larici e panorami mozzafiato. Davanti alla chiesa di Claviere stazionano alcuni mezzi dell’esercito da quando il ministro dell’interno Matteo Salvini ha accusato la polizia francese di essere entrata illegalmente in territorio italiano per respingere i migranti. I tre ragazzi sono titubanti, ma poi passano davanti alle camionette militari e s’incamminano verso le piste da sci di fondo che svoltano a destra verso il Monginevro.
Il percorso è battuto, in lontananza si vede la strada statale e i mezzi della polizia italiana schierata al confine; i ragazzi rallentano, temendo di essere visti, ma continuano a marciare. Il giorno precedente a Monginevro c’è stata una manifestazione per chiedere l’assoluzione di alcuni volontari francesi che l’anno scorso hanno aiutato i migranti e sono stati accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. C’è molta polizia in giro. “Saremo tranquilli solo quando metteremo piede nel centro di accoglienza di Briançon”, dice Ouattara. Dopo una trentina di minuti di cammino arriviamo in Francia, le case di Monginevro si vedono a valle.



Ragazzi africani guardano Monginevro, il primo paese francese oltre il confine con l’Italia, 10 gennaio 2019. (Michele Cattani)


Nel 2018 circa cinquemila persone hanno attraversato la frontiera italofrancese passando da Bardonecchia e dal Colle della Scala, mentre almeno tre persone sono morte lungo la traversata a causa dell’ipotermia o perché si sono perse o sono cadute in un crepaccio. Da qualche mese il valico del Colle della Scala sembra meno frequentato dai migranti, nonostante ci sia meno neve rispetto all’anno passato. Invece ogni notte tra le dieci e le quindici persone sono soccorse sui sentieri che collegano Claviere, in Italia, al valico del Monginevro, in Francia. “È tutto molto imponderabile: certi giorni non arriva nessuno, mentre certe notti ospitiamo anche quindici ragazzi nel dormitorio dei salesiani”, afferma Massara.
“L’ultimo autobus parte per Claviere alle 19.50 e tutti i migranti che arrivano da Torino con i treni successivi rimangono a dormire a Oulx. La Croce rossa e i volontari di Rainbow for Africa soccorrono ogni notte diversi migranti lungo i sentieri o prendono in carico quelli respinti dalla polizia di frontiera francese”, continua Massara. Rispetto all’anno scorso è cambiata la rotta e sono cambiati i paesi di origine dei migranti.
“In questo periodo, un anno fa, i migranti cercavano di passare soprattutto dal Colle della Scala, un valico dietro Bardonecchia e che collega l’Italia con la Francia. Adesso passano soprattutto dal Monginevro, che è sicuramente meno impegnativo dal punto di vista alpinistico, ma più soggetto ai controlli della polizia francese, e questo spinge i ragazzi a intraprendere sentieri più remoti per sfuggire ai controlli e a perdersi più facilmente”, spiega Paolo Narcisi, medico fondatore dell’ong Rainbow for Africa.
“Ci sono persone che arrivano dall’Africa occidentale, dall’Africa subsahariana, a cui si sono aggiunti pachistani, bangladesi, curdi, siriani, afgani, perfino persone che arrivano dalle repubbliche ex sovietiche”, continua Narcisi. “Lo scorso anno i migranti volevano raggiungere amici e parenti in Francia, ora scappano dall’Italia perché hanno paura di perdere la protezione umanitaria e diventare irregolari”, conclude.
Ouattara, Touré e Camara seguono i volontari nel dormitorio dei salesiani dove troveranno un pasto caldo, una doccia e un letto. Ma mentre si stanno già preparando per andare a dormire, arrivano nel cortile della struttura due camioncini della Croce rossa. Scendono sei ragazzi che sono stati respinti dalla polizia francese alla frontiera nel mezzo della notte. Hanno facce distrutte, si trascinano a testa bassa al primo piano dove i volontari cucinano per loro un piatto di pasta al sugo.


Comincia la parte più impegnativa, i ragazzi sanno che i sentieri sono presidiati dalla polizia francese in motoslitta e sono consapevoli che scendere in paese e chiedere un passaggio in pieno giorno o prendere un autobus potrebbe essere altrettanto rischioso. Per questo la maggior parte dei migranti cammina su questi sentieri di notte. Poco prima di arrivare in paese, in una strettoia tra gli alberi qualcuno ha abbandonato in fretta dei vestiti, lamette per la barba, guanti.
Costeggiamo il bosco, superiamo un laghetto ghiacciato e poi sulla sinistra la strada comincia a incrociare le piste da sci. Gli sciatori sono pochi, scendono a piccoli gruppi e sembrano non fare caso ai ragazzi che rimangono al margine della pista. I tre si fermano, non sanno se salire verso la montagna dove un cartello indica “Collet Vert”, oppure seguire la pista che scende verso il paese.
Decidono di separarsi e scendere individualmente, dandosi un po’ di distanza, sperando d’incrociare il sentiero che porta a Briançon. Una volta arrivati alla base di una seggiovia sono ancora tentati di seguire la pista che scende. Poi chiedono a uno sciatore: “Per Briançon?”. “Dovete salire sopra al rifugio, da lì comincia un sentiero che in un’ora vi porta a destinazione”, risponde l’uomo.
I ragazzi prendono la salita, noi li seguiamo. Incrociamo diversi sciatori con lo skilift, lasciamo gli impianti di risalita alle spalle, il bosco diventa più fitto e la strada meno battuta. Touré inciampa e cade, gli altri due scoppiano a ridere, una risata liberatoria allenta la tensione che fino a quel momento era stata molto alta.
Riprendiamo a camminare, superiamo un vecchio rifugio in cemento armato, la strada ha una biforcazione. A monte si sente il rumore di una motoslitta sulla strada. I ragazzi corrono tra gli alberi a nascondersi. Aspettano qualche minuto, ma sembra tutto tranquillo. Quindi lentamente escono sul sentiero e ci rimettiamo a camminare. Superata la salita, si sente di nuovo il rumore della motoslitta che proviene dall’alto. Si ferma all’incrocio, i ragazzi corrono a nascondersi. Io e il fotografo continuiamo sul sentiero, la polizia ci saluta e ci chiede dove stiamo andando. “A Briançon”, rispondiamo. “Uh, da qui è lunga, almeno un’altra ora”. I gendarmi ci salutano e scendono con la motoslitta lungo il sentiero.
Camara comincia a correre in mezzo alla neve, ma affonda. I gendarmi si mettono a ridere e gli dicono di scendere e di smetterla di dimenarsi. Per i tre non c’è via di fuga, gli alberi sono troppo radi e la collina troppo in salita. “Perché ci respingete? Noi non abbiamo respinto Charles De Gaulle quando è venuto in Guinea…”, scherza Camara. “Dovete ringraziare lo sciatore a cui avete chiesto indicazioni, è stato lui a chiamarci”, svelano i gendarmi, mentre scortano i tre ragazzi a valle e poi fino al confine italiano.

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#15
In fuga da Idlib. “Un viaggio tra i più pericolosi al mondo”

WFP Italia

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Feb 18 · 4 min read






Ahmed è stato sfollato con i suoi cinque figli e ora vive in un campo con migliaia di altre persone dove il WFP fornisce assistenza alimentare. Foto: WFP/Shafak
Più di 900mila persone sono in movimento nel nord ovest della Siria a causa dei combattimenti che spingono le famiglie sempre più a nord. Il World Food Programme (WFP) sta sostenendo gli sfollati del conflitto. E’ possibile contribuire, donando ora.
“Le persone che ho incontrato erano chiaramente angosciate, quando ho chiesto se stavano bene quasi non riuscivano a rispondere”, racconta Nuha, un inviata sul campo di una delle organizzazioni partner del WFP nel nord-ovest della Siria.
Nuha lavora senza sosta per assistere le centinaia di migliaia di persone che, da dicembre scorso, fuggono da Idlib a causa di un’escalation nelle violenze.




Le famiglie sfollate arrivano in campi che versano in condizioni precarie, dove le strutture di accoglienza sono limitate. Foto: WFP/Photo Library
“La situazione nel governatorato di Idlib è terribile, oltre ogni immaginazione”, dice Nuha. “Nelle ultime due settimane abbiamo visto migliaia di famiglie fuggire dalle loro case e dalle loro città spostandosi verso nord, cercando di raggiungere i campi vicino al confine turco. Questo è uno dei viaggi più pericolosi che una persona può fare per salvarsi la vita”.
Le famiglie che provengono dal nord ovest della Siria hanno preso quello che potevano — come ad esempio un lavandino da cucina, una pila di materassi e i piccoli oggetti di una vita — lo hanno caricato sui veicoli e abbandonato le proprie case in pieno inverno. L’ottanta per cento degli sfollati sono donne e bambini. Molti vivono all’addiaccio, con temperature notturne che sfiorano il rischio di congelamento.


Un bambino sfollato in un punto di distribuzione di cibo nel nord della Siria. Foto: WFP/Mercy USA
“Ti spezza il cuore vedere bambini che dormono sul fango bagnato. Abbiamo lavorato ore e ore cercando di trovare materassi e coperte per loro”, dice Nuha.
“Molte delle famiglie appena arrivate vicino a Jabal Al Zawieh hanno messo su delle tende di fortuna usando dei panni e alcune coperture in plastica che non possono però proteggerle dal forte freddo”, aggiunge. “Il padre di una famiglia mi ha detto che non aveva soldi per pagare il trasporto sul camion, e ha dovuto lasciare i suoi mobili all’autista”.




Il WFP e i partner lavorano 24 ore su 24 per fornire cibo alle famiglie sfollate. Foto: WFP/Beyaz
La stanchezza, la paura, il freddo, la mancanza di un riparo e l’incertezza costringono le famiglie a prendere decisioni inimmaginabili: rimanere nei campi e dormire al gelo, o tornare a casa con il rischio di violenze?
Per le famiglie e il personale delle Organizzazioni non governative sul campo, la situazione è pericolosa e imprevedibile, con missili che continuano a cadere e le linee del fronte che cambiano rapidamente. Le organizzazioni partner del WFP spostano regolarmente i punti di distribuzione del cibo in modo che siano lontani dal conflitto, al fine di garantire la sicurezza di staff e beneficiari. Alcuni operatori umanitari stanno diventando essi stessi degli sfollati.
“Ci sono ingorghi senza precedenti, non solo per il gran numero di persone in fuga sui veicoli”, spiega Nuha, “ma anche per i numerosi bombardamenti che bloccano il traffico per ore”.




Le famiglie devono affrontare sfide enormi in pieno inverno. Foto: WFP/Photo Library
Per molti, questo non è il primo spostamento. Idlib era una zona sicura dove migliaia di famiglie avevano trovato una casa, dopo essere fuggite dalla violenza che imperversa in varie parti del paese, in conflitto da nove anni. Erano già estremamente vulnerabili, e ora trovare uno luogo sicuro sta diventando sempre più difficile.
Lavorando a stretto contatto con i partner, a gennaio il WFP è riuscito a fornire pasti pronti a più di 221.000 famiglie sfollate in tutto il nord-ovest della Siria, dove fornisce anche assistenza alimentare mensile a 1,1 milioni di persone.


L’80% degli sfollati è rappresentato da donne e bambini. Foto: WFP/Beyaz
“Ora il numero di nuovi sfollati è superiore a quelli che possiamo assistere”, dice Nuha. “Qualche giorno fa ho incontrato un pediatra all’ospedale di Danah. Mi ha detto che il numero di casi di asma che arrivano all’ospedale da quando il conflitto è ricominciato è senza precedenti. Alcuni bambini hanno le dita delle mani e dei piedi blu a causa del freddo. Il medico era preoccupato per la mancanza di carburante che manda avanti i generatori dell’ospedale, e ha detto che ne servono urgentemente altri per continuare a curare i pazienti”.
“Le persone hanno perso la speranza di trovare un posto sicuro dove stare. Tutto ciò che vogliono è la fine di questa guerra per poter tornare nelle proprie case”.
Traduzione dell’articolo di Jessica Lawson, WFP Syria.

wfp.org
 
#16
Senza lavoro e scuola per colpa del Covid: papà e figlia in bici dalla Cina al Tibet (4000 km)
Dou Haobei, giovane papà che gestisce un negozio di abbigliamento nella provincia del Guangdong (Cina meridionale), ha pedalato 4000 km, portando la figlia di 4 anni all’interno di un rimorchio impermeabile. Sono partiti da Dongguang (Cina) e sono arrivati a Lhasa, situata a 3650 m di altitudine nella valle del Kyi Chu (Tibet): hanno impiegato 72 giorni. Da lì, dopo qualche giorno di riposo, sono ripartiti in aereo. Durante il viaggio, in cui hanno attraversato Guangdong, Guangxi, Yunnan e Tibet, hanno visto campi di grano, cieli stellati e fauna selvatica: paesaggi totalmente diversi da quelli vicino alla loro casa in città. Ogni sera, quando arrivavano in un albergo, Haobei selezionava, modificava e condivideva le immagini sulla piattaforma di condivisione video Douyin, nota in Italia come TikTok, attirando quasi due milioni di follower. A spingerlo a fare quest’esperienza sono state le conseguenze della pandemia di Covid, dato che la figlia Doudou non andava all’asilo e il negozio era stato chiuso per un lungo periodo e non c'erano così tanti clienti. Convinto che i genitori e la natura possano essere insegnanti eccellenti per una bambina, Haobei ha deciso di portare a termine quest’avventura.


A cura di Eleonora Giovinazzo
15 ottobre 2020

il video qui
https://video.repubblica.it/dossier...9571?ref=RHPPTP-BS-I253430426-C12-P10-S3.3-T1
 
#17
Una bella storia. Da noi invece sento solo gente che si lamenta. E lo fa con la mascherina abbassata. Oppure senza. i casi cominciano essere tanti. temo che la situazione stia sfuggendo di mano. E' vero: si fanno tanti tamponi in più. E quasi sempre i positivi sono asintomatici. ma cosa succederà quando - complice il generale inverno - il virus busserà alla porta delle persone più deboli? Qui non si tratta di essere complottisti oppure catastrofisti. basterebbe, nel dubbio, mettere quelle cXXXX di mascherina e usare igienizzanti per le mani come se piovesse. al di là della perdita di vite umane (il bene più prezioso) questo potrebbe rappresentare il colpo di grazia per molti operatori del settore alberghiero-ricettivo, della ristorazione e via discorrendo. Bah. incrociamo le dita e stiamo attenti. adda passa' a' nuttata. PS. ma la pandemia di laureati in googlelogia quando sarà sconfitta?
 
#19
In fondo, un viaggio nelle debolezze dell'umano, tra discriminazioni, disuguaglianze, solitudine e le paure dei cambiamenti.
Questo è Pechino pieghevole, il libro di Hao Jingfang tradotto in italiano da S. Pozzi ed edito da Add Editore a 18,00 Euro. C'è anche la versione per e-book.
Buona lettura.
 

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