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Miscellanea

#63
Nuova lista delle attività consentite:

Coltivazioni agricole e produzione di prodotti animali;
Pesca e acquacoltura,
Estrazione di carbone;
Estrazione di petrolio greggio e di gas naturale;
Attività dei servizi di supporto all’estrazione di petrolio e di gas naturale;
Industrie alimentari;
Industria delle bevande;
Fabbricazione di altri articoli tessili tecnici ed industriali;
Fabbricazione di tessuti non tessuti e di articoli in tali materie (esclusi gli articoli di abbigliamento);
Confezioni di camici, divise e altri indumenti da lavoro;
Fabbricazione di imballaggi in legno;
Fabbricazione di carta (ad esclusione dei codici: 17.23 e 17.24);
Stampa e riproduzione di supporti registrati;
Fabbricazione di coke e prodotti derivanti dalla raffinazione del petrolio;
Fabbricazione di prodotti chimici (ad esclusione dei codici: 20.12 – 20.51.01 – 20.51.02 – 20.59.50 – 20.59.60);
Fabbricazione di prodotti farmaceutici di base e di preparati farmaceutici;
Fabbricazione di articoli in materie plastiche (ad esclusione dei codici:
22.29.01 e 22.29.02);
Fabbricazione di vetro cavo;
Fabbricazione di vetrerie per laboratori, per uso igienico, per farmacia;
Fabbricazione di radiatori e contenitori in metallo per caldaie per il riscaldamento centrale 25.92
Fabbricazione di imballaggi leggeri in metallo;
Fabbricazione di apparecchi per irradiazione, apparecchiature elettromedicali ed elettroterapeutiche;
Fabbricazione di motori, generatori e trasformatori elettrici e di apparecchiature per la distribuzione e il controllo dell’elettricità;
Fabbricazione di batterie di pile e di accumulatori elettrici;
Fabbricazione di macchine automatiche per la dosatura, la confezione e per l’imballaggio;
Fabbricazione di macchine per l’industria della carta e del cartone (incluse parti e accessori); Fabbricazione di macchine per l’industria delle materie plastiche e della gomma (incluse parti e accessori);
Fabbricazione di strumenti e forniture mediche e dentistiche;
Fabbricazione di attrezzature ed articoli di vestiario protettivi di sicurezza;
Fabbricazione di casse funebri;
Riparazione e manutenzione installazione di macchine e apparecchiature (ad esclusione dei 33 seguenti codici: 33.11.01, 33.11.02, 33.11.03, 33.11.04,
33.11.05, 33.11.07, 33.11.09,33.12.92, 33.16, 33.17);
Fornitura di energia elettrica, gas, vapore e aria condizionata;
Raccolta, trattamento e fornitura di acqua;
Gestione delle reti fognarie;
Attività di raccolta, trattamento e smaltimento dei rifiuti; recupero dei materiali;
Attività di risanamento e altri servizi di gestione dei rifiuti;
Ingegneria civile (ad esclusione dei seguenti codici: 42.91, 42.99.09 e 42.99.10);
Installazione di impianti elettrici, idraulici e altri lavori di costruzioni e installazioni;
Manutenzione e riparazione di autoveicoli;
Commercio di parti e accessori di autoveicoli;
Attività di manutenzione e riparazione di motocicli e commercio di relative parti e accessori;
Commercio all’ingrosso di materie prime agricole e animali vivi;
Commercio all’ingrosso di prodotti alimentari, bevande e prodotti del tabacco;
Commercio all’ingrosso di prodotti farmaceutici;
Commercio all’ingrosso di libri riviste e giornali;
Commercio all’ingrosso di macchinari, attrezzature, macchine, accessori, forniture agricole e utensili agricoli, inclusi i trattori;
Commercio all’ingrosso di strumenti e attrezzature ad uso scientifico;
Commercio all’ingrosso di articoli antincendio e infortunistici;
Commercio all’ingrosso di prodotti petroliferi e lubrificanti per autotrazione, di combustibili per riscaldamento;
Trasporto terrestre e trasporto mediante condotte Trasporto marittimo e per vie d’acqua;
Trasporto aereo;
Magazzinaggio e attività di supporto ai trasporti Servizi postali e attività di corriere;
Alberghi e strutture simili;
Servizi di informazione e comunicazione;
Attività finanziarie e assicurative;
Attività legali e contabili;
Attività di direzione aziendali e di consulenza gestionale;
Attività degli studi di architettura e d’ingegneria; collaudi ed analisi tecniche Ricerca scientifica e sviluppo;
Attività professionali, scientifiche e tecniche;
Servizi veterinari;
Attività delle agenzie di lavoro temporaneo (interinale);
Servizi di vigilanza privata;
Servizi connessi ai sistemi di vigilanza;
Attività di pulizia e disinfestazione;
Attività dei call center;
Attività di imballaggio e confezionamento conto terzi;
Agenzie di distribuzione di libri, giornali e riviste;
Altri servizi di sostegno alle imprese;
Amministrazione pubblica e difesa;
Assicurazione sociale obbligatoria;
Istruzione;
Assistenza sanitaria;
Servizi di assistenza sociale residenziale;
Assistenza sociale non residenziale;
Attività di organizzazioni economiche, di datori di lavoro e professionali;
Riparazione e manutenzione di computer e periferiche;
Riparazione e manutenzione di telefoni fissi, cordless e cellulari;
Riparazione e manutenzione di altre apparecchiature per le comunicazioni;
Riparazione di elettrodomestici e di articoli per la casa;
Attività di famiglie e convivenze come datori di lavoro per personale domestico.
Fonte: QuiFinanza
 
#64
facciamo il punto:

la Merkellona, Macron e Trump non sono positivi; da poche ore anche il Papa sembra non aver riportato i segni indelebili del CONAD-19; la reina è tranquillamente parcheggiata in quel di Windsor; l'altro reale thai se ne sbatte altamente e va in Baviera senza ostacolare le misure di contenimento (diciamo che fa gli affari suoi nella suite); a Bertolaso gli han detto: alzati e cammina, mandrillo!

Restiamo noi del minuto popolo a chiederci: Che fare?

LE RISATE DER PAPA (G. Belli)

Er Papa ride? Male, amico! È sseggno
C’a mmomenti er zu’ popolo ha da piaggne.
Le risatine de sto bbon padreggno
Pe nnoi fijjastri sò ssempre compaggne.
Ste facciacce che pporteno er trireggno
S’assomijjeno tutte a le castagne:
Bbelle de fora, eppoi, pe ddio de leggno,
Muffe de drento e ppiene de magaggne.
Er Papa ghiggna? Sce sò gguai per aria:
Tanto ppiú cch’er zu’ ride de sti tempi
Nun me pare una cosa nescessaria.
Fijji mii cari, state bbene attenti.
Sovrani in alegria sò bbrutti esempi.
Chi rride cosa fa? Mmostra li denti.
 
#65
Un'altra voce fuori dal coro...

Sistema malato, la lezione del coronavirus
Vandana Shiva
EDIZIONE DEL26.03.2020
PUBBLICATO25.3.2020, 23:59
AGGIORNATO24.3.2020, 10:32
L’emergenza sanitaria covid 19 è legata alle emergenze della perdita della biodiversità e delle specie, della scomparsa delle foreste e del clima.
Tutte queste emergenze sono radicate in una visione del mondo meccanicistica, militaristica, antropocentrica in cui l’uomo è separato e superiore agli altri esseri che possono essere posseduti, manipolati e controllati e sull’idea di un modello economico basato sull’illusione di una crescita e di un’avidità senza limiti. Le malattie si stanno spostando da altri animali all’uomo poiché distruggiamo l’habitat delle specie selvatiche, alterando l’equilibrio tra animali, virus e batteri.
Il modello alimentare e agricolo globalizzato, industrializzato e inefficiente, sta invadendo l’habitat ecologico di altre specie, manipolando animali e piante senza alcun rispetto per la loro integrità e la loro salute. In questo modo si stanno creando nuove malattie. L’illusione che la terra e i suoi esseri siano mera materia prima da sfruttare a scopo di lucro sta creando un unico mondo connesso attraverso la malattia.
L’attuale emergenza sanitaria ci offre l’occasione di guardare ai sistemi malsani e ai sistemi salubri da una prospettiva olistica e sistemica.
Come abbiamo scritto nel manifesto Food For Health della Commissione Internazionale sul Futuro del Cibo, dobbiamo scartare «le politiche e le pratiche che portano al degrado fisico e morale del sistema alimentare, distruggendo la nostra salute e mettendo in pericolo la stabilità ecologica del pianeta, e mettendo in pericolo la sopravvivenza biogenetica della vita sul pianeta».
L’emergenza sanitaria ci costringe oggi a deglobalizzare dimostrando che possiamo farlo quando c’è una volontà politica.
Dobbiamo rendere questa deglobalizzazione permanente. La localizzazione dell’agricoltura e dei sistemi alimentari biodiversi tutela la salute e riduce l’impronta ecologica lasciando spazio alla crescita di specie, culture e economie diverse.
La ricchezza della biodiversità nelle nostre foreste, nelle nostre aziende agricole, nel nostro cibo e nel nostro microbioma intestinale rende il pianeta, le sue specie, compresi gli esseri umani, più sane e più resistenti ai parassiti e alle malattie. I governi devono allora garantire che le valutazioni sulla biosicurezza e la sicurezza alimentare non siano influenzate dall’industria che trae vantaggio dalla manipolazione degli organismi viventi e sopprime le prove scientifiche dei danni.
Il tentativo globale di deregolamentare le norme sulla sicurezza alimentare e sulla biosicurezza alimentare deve essere fermato. In questo stesso momento, è in corso un tentativo di minare il principio di precauzione europeo attraverso accordi di libero scambio come il cosiddetto «mini-deal» che l’Unione europea sta negoziando con gli Usa. Ma i nuovi Ogm basati sull’editing dei geni hanno impatti sulla salute imprevedibili.
I governi stanno dimostrando di essere in grado di agire per proteggere la salute delle persone quando ne hanno la volontà. A questo punto è giunto il momento per essi di prendere tutte le misure necessarie per fermare tutte le attività che compromettono i processi metabolici che regolano la nostra salute.
La crisi del coronavirus deve diventare l’occasione per fermare i processi che minano la nostra salute e quella del pianeta e per avviare invece un processo che le rigeneri entrambe.

https://ilmanifesto.it/sistema-malato-la-lezione-del-coronavirus/
 
#66
Editoriale bellissimo!

La civiltà è Enea che porta Anchise sulle spalle
Laura Marchetti
EDIZIONE DEL24.03.2020
PUBBLICATO23.3.2020, 23:59
AGGIORNATO26.3.2020, 13:16
«L’Italia vede decimata la generazione anziana, punto di riferimento per i giovani e per gli affetti». Le parole dette ieri dal presidente della Repubblica italiana, in maniera solenne e commovente, sembrano così voler far scudo contro quell’aberrante e diffusa convinzione, espressa in maniera più o meno sotterranea, che le morti così numerose non siano state poi così importanti perché riguardavano i vecchi, per di più già malati.
Mattarella al contrario ci ricorda quale patrimonio siano i vecchi, come siano indispensabili per i bambini, proprio in quanto “rimbambiti”, ovvero anche loro bambini, disposti a giocare, a divagare, a trasgredire.
E come siano importanti per i giovani, per la possibilità che hanno di trasmettere loro antichi saperi, valori vissuti, comunitarie tradizioni, forme diverse di presa dello spazio e di percezione dei tempi.
E come, in definitiva, siano importanti per ognuno di noi, perché nel tempo dell’effimero e dell’oblio, di fronte agli spettacoli e ai consumi, mostrano il valore degli affetti teneri, dei ricordi, della memoria e del compianto.
Le parole del presidente sono dunque dense di significato educativo ed esistenziale ma hanno anche un impatto politico radicale perché, per la prima volta, interrompono la filosofia eugenetica che è la pratica e lo spirito di questi insani tempi.
Dal documento degli anestesisti spagnoli alla teorizzazione dell’immunità di gregge degli inglesi, fino alla sottrazione forzata dell’assistenza sanitaria accaduta in certi ospedali italiani, si teorizza la necessità, per la “medicina delle catastrofi”, di scegliere fra i vecchi e i giovani, come fra i deboli e i forti.
Una scelta dovuta allo stato di eccezione e alla situazione estrema, tesa a sottrarre responsabilità alla coscienza personale, che porta però con sé la traccia indelebile di un giudizio di qualità dato alla vita, come se una vita – la più forte, la più abile – fosse solo per questo degna di essere mantenuta, mentre un’altra con più facilità dovrebbe essere rottamata.
In tale scelta gerarchica – che, perdurando lo stato di eccezione, potrebbe essere estesa anche a tutti i disabili e a tutti i fragili – si conserva il segreto del potere totalitario e della società “tanatologica”, la società di massa del ‘900 che si fonda su un continuo commercio con la morte.
Lo dice Elias Canetti in un libro magnifico e terribile scritto in anni bui e insani quasi come questi (Masse e Potere). In questa società tanatologica, potente diviene sia il capo, che acquisisce potere di morte, sia chi si distingue dalla morte sopravvivendo. La sopravvivenza è di per se stessa acquisizione di potere.
Chi è morto giace, sta per terra; chi sopravvive sta in piedi. Già solo questa collocazione spaziale rende “l’istante del sopravvivere, l’istante della potenza”, anche perché inconsciamente insorge la convinzione di una vera e propria “elezione”, una emozione comparativa che non risparmia nessun rapporto, nemmeno quello più affettivo, nemmeno quello con i figli o i genitori o i fratelli. Su questo senso di elezione si fonda dunque il totalitarismo, secondo Canetti. Ma, potremmo aggiungere, anche il capitalismo in quanto tale trasforma in Pil la sopravvivenza, poiché miglior produttori sono i vivi, cioè gli abili, i giovani, i forti.
C’è nel potere contemporaneo quindi, il persistere di una barbarie di fondo, una inciviltà.
La civiltà si fonda invece al contrario e nasce quando Enea in fuga dall’incendio, porta con se il vecchio padre sulle spalle e, per mano, il giovane figlio.
La pietà, che è la sua qualità esistenziale e la sua qualità sociale, lo spinge nell’aiutare, includere tutti, curare tutti, anche a scapito della propria sopravvivenza, del proprio potere.
Quella pietà è anche l’intelligenza della specie, in quanto la specie sopravvive, sottolineano i biologi della complessità, non nella lotta ma perché la madre continua ad allattare il figlio e perché gli uomini, anche quando vivono rintanati, non sono topi che si distruggono ma anzi si prestano soccorso.
Noi, nell’agenda delle cose che dobbiamo mettere in campo quando finirà la guerra e vorremmo fare il mondo nuovo, dovremmo mettere in campo la pietà.
Fin da ora, in quanto già ora abbiamo due problemi. Il primo è quello di non morire, ma il secondo è quello di vivere civili.

https://ilmanifesto.it/la-civilta-e-enea-che-porta-anchise-sulle-spalle/
 
#68
Vertice Ue, ancora due settimane per un’intesa sul piano economico antivirus
Una crepa nel muro. Al consiglio Europeo Conte e Sánchez rifiutano la bozza, alla fine il vertice prende tempo per cercare una soluzione. Palazzo Chigi evoca una via autarchica: «Pronti a fare da soli». La Bce fa partire il «Qe» da 750 miliardi di euro, acquisti senza limiti contro la pandemia

Roberto Ciccarelli
EDIZIONE DEL27.03.2020
PUBBLICATO26.3.2020, 23:59
Dopo un braccio di ferro durato sei ore il consiglio europeo con i capi di stato ha raggiunto una prima intesa sul coordinamento delle politiche economiche contro gli effetti del coronavirus. Giunti a metà della videoconferenza i governi italiano e spagnolo hanno rifiutato i contenuti della bozza d’intesa dove era stato saltato il riferimento al Meccanismo europeo di stabilità (Mes-Fondo Salva Stati nell’opzione uscita dall’Eurogruppo martedì scorso: un prestito condizionato solo all’emergenza in corso e interessi da pagare sulla lunga scadenza. Ad avere provocato l’interruzione delle trattativa è statal’assenza di un riferimento ai «coronabond», ieri ribattezzati da Conte al Senato con l’anglo-tecnicismo «European recovery bond», uno strumento di debito comune dell’Eurozona. Questi titoli sarebbero finanziabili richiedendo l’intervento del Fondo Salva Stati, ma senza condizioni. A sua volta, la richiesta azionerebbe lo scudo anti-spread (Omt) predisposto e mai usato dalla Banca Centrale Europea dal 2012. Si tratta di una ipotesi macchinosa, ideata perché non è possibile oggi proporre una riforma della Bce come prestatrice di ultima istanza.
L’ASSENZA di un riferimento a quello che il ministro dell’economia Roberto Gualtieri ha definito ieri uno «strumento di debito comune» ha convinto Conte, insieme al premier spagnolo Pedro Sanchez, a dare ai partner europei dieci giorni per trovare una soluzione. È stato proposto a un gruppo di cinque capi di stato il compito di elaborare una nuova proposta e ripresentarla in un consesso che ieri si è presentato diviso sia sulla tattica che sulla strategia economica da seguire nell’immediato e in prospettiva. In realtà, questa specie di ultimatum è stato lanciato mentre il vertice era ancora in corso, ed è sembrato un modo per condizionarlo con un atto forte, cercando di segnare un punto in una trattativa che continuerà a lungo. In serata, c’è stato un diplomatico aggiramento del problema.
ALLA DICHIARAZIONE finale dei leader Ue sarebbe stato aggiunto un paragrafo che dà ai governi due settimane di tempo per avanzare proposte per un’azione coordinata di bilancio volta a contrastare gli effetti della pandemia. Un modo per prendere altro tempo e rimediare allo strappo che, a un certo punto della serata di ieri, è sembrato inevitabile dal lato italiano e spagnolo. La conferma è arrivata anche dal navigato olandese Mark Rutte che guida il «fronte del Nord» contro la lega dei nove che ha sottoscritto una lettera all’Eurogruppo dove chiede l’adozione di una nuova politica economica, con gli strumenti ancora a disposizione da parte dell’Unione Europea. « Ogni Stato membro deve adottare le misure necessarie a livello nazionale, ma stiamo facendo passi anche per sostenerci l’un l’altro e le nostre economie a livello europeo» ha detto Rutte,
LA SITUAZIONE è SEMBRATA precipitare a seguito di un attacco di Kurz contro l’ipotesi «Eurobond-Coronabond»: «Respingiamo una mutualizzazione generalizzata dei debiti». A Kurz ha preparato il terreno al ministro delle finanze tedesco Olaf Scholz che ha affondato il colpo: «Non ritengo che gli Eurobond siano lo strumento giusto» ha detto. A quel punto Conte è sbottato: «Se gli aiuti gli saranno come in passato, facciamo da soli». A un certo punto ci si è chiesto come e con quali risorse. Conte ha specificato di non avere chiesto «una mutualizzazione e del debito pubblico. Ciascun paese risponde per il proprio debito pubblico e continuerà a risponderne. L’Italia ha le carte in regola: il 2019 è stato chiuso con un rapporto deficit/Pil di 1,6 anzichè 2,2 come programmato». Per rafforzare l’ipotesi di un’improbabile via autarchica, il ministro degli Esteri Di Maio si è fatto intervistare dal Tg1lodando l’intemerata di Conte. Il governo sembrava andare in ordine sparso quando Pd ha fatto sapere di essere «stupito» dalla reazione di Di Maio.
NEL FRATTEMPO il vertice proseguiva. E la reazione che ha vellicato un senso dell’abbandono da parte dell’«Europa», e del vittimismo nazionale contro il Fronte del Nord, già venive alimentata nei talk show di prima serata. Era una mossa per tenere il punto nelle prossime due settimane. Al di là della sceneggiatura, è forte l’impressione che si sia ancora all’«ognuno per sé» che la presidente della Commissione Ue Ursula Von Der Leyen ha visto all’inizio della crisi che ha prodotto uno «choc senza precedenti». «È fondamentale dimostrare determinazione adottando misure rigorose, e collaborando in modo stretto nell’Ue, per contenere il diffondersi del Covid-19» ha scritto su twitter il cancelliere austriaco, Sebastian Kurz.
LA BCE ha lanciato ieri il programma di acquisto dei titoli «Qe» da 750 miliardi. È stato eliminato il limite agli acquisti di debito di ciascun paese – era del 33% – e di ciascuna emissione, ha deciso acquisti da 70 giorni a trent’anni estesi anche ai titoli greci, ha definito un pari trattamento dei suoi titoli rispetto agli investitori privati. La liquidità esiste, ma non basta ad assicurare la fiducia, elemento ritenuto fondamentale da Keynes in una crisi economica. Manca un elemento decisivo: la visione, le norme comuni, una solidarietà. La politica.

https://ilmanifesto.it/strappo-di-italia-e-spagna-con-lue-sui-coronabond/
 
#70
Oro, fuoco e forca. Quel che la storia delle pestilenze ha da insegnare
Pandemie. Solidarietà, responsabilità, legalità, nella scelta tra bene pubblico e privato. È la scommessa per uscire da questa radicale emergenza

Marco Geddes, Antonio Floridia
EDIZIONE DEL25.03.2020
PUBBLICATO24.3.2020, 23:59
«Oro, fuoco e forca!», fu la risposta che Giovanni Filippo Ingrassia diede, nel 1575, a chi gli chiedeva quale fosse stata la sua strategia contro l’epidemia di peste che si diffuse in quell’anno a Palermo e che egli riuscì a «contenere» con buoni risultati.
Nato a Regalbuto (il paese di Leonardo Sciascia) nel 1510, riuscì a studiare e laurearsi in medicina a Padova, o forse a Bologna; medico personale di molti regnanti, sull’onda della fama conseguita il vicerè Pedro de Toledo gli assegnò nel 1544 la cattedra di Anatomia e Medicina teorica a Napoli. Rientrato a Palermo nel 1563, fu nominato da Filippo II «protomedico» di Sicilia, e poi capo di una
Deputazione generale di salute pubblica che affrontò lo scoppio di quella pestilenza. Il senso di quella formula è evidente e possiamo tradurla in termini «moderni»: risorse economiche, risanamento sanitario, stringenti normative che obblighino all’osservanza delle regole.
Sono ricette a cui possiamo appellarci ancor oggi, di fronte alla frattura epocale che sta provocando il Coronavirus? Sulle prime (l’oro), non ci sono molte parole da spendere: la pandemia cui stiamo assistendo attoniti richiede e richiederà una radicale riconversione delle logiche economiche del mondo contemporaneo. Quanto al «fuoco», appare evidente come non si tratti solo di approntare risposte cliniche e farmacologiche, ma di combattere seriamente quel gravissimo deterioramento ambientale, alle origini dei devastanti effetti di questo virus, e forse della sua stessa genesi.
NATURALMENTE, il grande tema dell’oggi, è quello della «forca», che non pochi tendono a invocare come «estremo rimedio» all’indisciplina sociale; e che, per altro verso, molti temono come l’esito autoritario di un governo dello stato di eccezione. Anche qui conviene dare uno sguardo al passato.
L’epidemia di peste di Marsiglia, nel 1720, fu circoscritta in quell’area, ma schierando il 40% dell’esercito francese in un assedio crudele; l’ultima epidemia sul suolo italiano, a Noja (Bari) nel 1815-16, fu «curata» con un assedio e con la fucilazione di alcuni poveretti che non avevano rispettato le norme. La cittadina ne uscì ferita e profondamente mutata. Cambiò perfino nome: oggi è Noicàttaro.
ANCHE LA PESTE manzoniana (1630) fu affrontata in modi diversi. A Milano le norme furono applicate con cieca rigidità; i presunti untori, furono torturati e giustiziati alla Colonna Infame, ma nel contempo affollate e ripetute processioni indette dal Cardinale – contro il parere di molti medici – esacerbarono il contagio.
In quella stessa epidemia, a Firenze i provvedimenti di sanità furono oggetto di controllo, non applicando tuttavia pene quando si riconosceva che l’infrazione era motivata da reali necessità di lavoro e di assistenza. I presunti untori furono solo due, poi scagionati e anche risarciti per l’ingiusta detenzione. Le Confraternite svolsero un ruolo prezioso e quando l’Arcivescovo decise di indire una processione, con l’immagine della Madonna dell’Impruneta, lo fece con l’autorizzazione dell’Ufficio di Sanità, concordando che il pubblico avrebbe assistito al passaggio dell’immagine a 100 metri di distanza. Due approcci diversi con risultati diversi, espressione non solo di sistemi giuridici e di governo differenti, ma anche – si direbbe oggi – di una diversa robustezza della società civile e della sua partecipazione al governo cittadino. A Firenze l’epidemia fu molto più contenuta.
Il modo con cui l’Italia sta affrontando questa emergenza potrà forse affermarsi come un positivo modello di gestione democratica di una gravissima crisi sanitaria.
CERTO, È ANCORA presto per dirlo, molto dipende dagli esiti di questa vicenda, e forse questo giudizio potrà essere rivisto, rovesciato o magari rafforzato; ma intanto possiamo affermare che stiamo assistendo ad una strategia che cerca di conciliare l’uso di strumenti legali (norme e regole, dotate di possibili sanzioni) e l’appello alla responsabilità individuale e alla solidarietà sociale.
Difficilissimo equilibrio, in un paese come l’Italia, dove la dotazione di «spirito civico» scarseggia storicamente in molte parti del paese e, in altre, si è venuta pericolosamente depauperando.
Eppure, è l’unico possibile equilibrio che possiamo oggi ricercare: restare dentro i confini di uno stato di diritto (ricordiamo l’art. 16 della Costituzione), ma non illudersi, nemmeno per un momento, che si possa ottenere il rispetto delle regole (in una società dove la potenziale mobilità individuale raggiunge vette impensabili anche solo 50 anni fa), senza la compartecipazione attiva e consapevole dei destinatari di quelle regole. La mera «legalità» non regge se non vi è «legittimazione», ossia la convinta adesione. Una vicenda come quella che stiamo vivendo non può essere governata solo con una verticalizzazione del comando.
LA CAMPAGNA ossessiva di denuncia degli «irresponsabili» non rende giustizia alla compostezza della grandissima maggioranza degli italiani; ma ciò non toglie legittimità alle possibili sanzioni, in difesa della più radicale delle libertà: la libertà dai rischi della malattia e della morte. E soprattutto, ha poco senso preoccuparsi oggi del restringimento degli spazi di libertà privata, quando l’esercizio incontrollato di questa libertà – e questo è un dato certo – produce danni collettivi. Forse torna d’attualità un antico insegnamento del pensiero socialista: la libertà dell’individuo può vivere solo insieme alla libertà degli altri.

https://ilmanifesto.it/oro-fuoco-e-forca-quel-che-la-storia-delle-pestilenze-ha-da-insegnare/
 
#74
Come affrontare le teorie del complotto
Scienza. I complottisti hanno tutti caratteristiche comuni. Comprenderle (e autocomprendersi) è il modo migliore per smontare bufale che alterano la realtà e offrono false sicurezze

Stella Levantesi
EDIZIONE DEL28.03.2020
PUBBLICATO27.3.2020, 10:22
L’altro ieri è diventato virale ed ha suscitato allarme il video di un servizio del TgR Leonardo del 2015 su un coronavirus ingegnerizzato in Cina.
Il servizio faceva riferimento ad uno studio pubblicato sulla rivista Nature sulla proteina SCH014, considerata responsabile della Sindrome Respiratoria Severa Acuta (SARS).
È nata, così, una teoria del complotto secondo la quale il coronavirus che causa Covid-19 è stato creato in laboratorio dai cinesi, anche se la stessa Nature aveva pubblicato questo mese la seguente nota relativa allo studio del 2015: “Siamo consapevoli che questo studio viene utilizzato come base per teorie non verificate secondo le quali il nuovo coronavirus, che causa COVID-19, è stato progettato in laboratorio. Non ci sono prove che questo sia vero; gli scienziati ritengono che un animale sia la fonte più probabile del coronavirus”.
Nonostante questo, il video è circolato su WhatsApp con ampia diffusione.
La teoria del complotto si è diffusa anche in rete, condivisa da Matteo Salvini su Twitter e presentata come spiegazione illuminante della pandemia di coronavirus, con tanto di pallini rossi e punti esclamativi cattura-attenzione.

Matteo Salvini

@matteosalvinimi



INCREDIBILE!!!

Da Tgr Leonardo (Rai Tre) del 16.11.2015 servizio su un supervirus polmonare Coronavirus creato dai cinesi con pipistrelli e topi, pericolosissimo per l'uomo (con annesse preoccupazioni). (1/2)



5.342

18:32 - 25 mar 2020
Informazioni e privacy per gli annunci di Twitter

6.964 utenti ne stanno parlando




Una teoria del complotto può avere conseguenze negative e dannose e, quando prende piede, rischia di infestare la rete, informatica e sociale.
Le teorie del complotto si basano su meccanismi non affidabili di rappresentazione della realtà e non sempre sono il risultato di false credenze genuinamente sostenute. Possono, infatti, essere costruite, architettate e amplificate intenzionalmente per ragioni politiche e strategiche.
Stephan Lewandowsky, psicologo e presidente del dipartimento di psicologia cognitiva all’Università di Bristol, e John Cook, scienziato cognitivo e ricercatore al Center for Climate Change Communication della George Mason University, hanno studiato le cause e le dinamiche delle teorie del complotto, ed hanno creato una sorta di manuale di istruzioni per “navigare” il complottismo.
Le teorie del complotto sono contraddistinte da sette caratteristiche principali, riassunte in inglese con l’acronimo CONSPIR (in inglese coincide con le lettere iniziali di ogni caratteristica).
La prima è l’elemento di contraddittorietà; chi crea e propone le teorie del complotto può contemporaneamente credere ad idee che si contraddicono a vicenda. Non importa che il ragionamento sia incoerente, ma importa solo evitare ad ogni costo di credere alla versione ufficiale dei fatti.
La seconda caratteristica, infatti, è la diffidenza (preesistente) proprio nei confronti della versione ufficiale dei fatti; qualsiasi elemento non rientri direttamente nella teoria non va considerato. Il complotto diventa la realtà, è il resto ad essere una distorsione.
Questo si lega ad una terza caratteristica, il sospetto: “c’è qualcosa che non va”, è la realtà ad essere un inganno e non viceversa.
Un altro aspetto comune a coloro che sostengono le teorie del complotto è un sentimento di vittimismo, accompagnato dalla mania di persecuzione: il complottista si presenta come vittima di una persecuzione universale. Allo stesso tempo, diventa “antagonista coraggioso” che affronta i “malvagi cospiratori” (ovvero tutti coloro che sono al di fuori della teoria del complotto) e finisce per avere una percezione di sé ambivalente: vittima ed eroe contemporaneamente.
Quinta caratteristica: molto spesso le teorie del complotto sono volutamente “immuni” a prove fattuali, Cook e Lewandowsky le definiscono “auto-sigillanti”. E anche se le prove esistono, vengono reinterpretate in modo tale da farle rientrare nel quadro del complotto stesso. Quanto più forti sono le prove a sfavore della teoria, tanto più i complottisti hanno necessità che venga creduta la loro (falsa e costruita) versione dei fatti. Esempio: “il cambiamento climatico non esiste, è un complotto e gli scienziati che dimostrano che esiste e che è stato prodotto dall’uomo ne fanno parte”. Un complotto nel complotto, insomma.
Spesso, la manipolazione della realtà è così ingannevole da rendere le teorie una plausibile alternativa alla realtà. Più il complotto è credibile, più è pericolosa la sua diffusione.
Il meccanismo di reinterpretazione delle prove si lega anche alla sesta caratteristica: i complottisti strumentalizzano le “coincidenze”, reinterpretano le casualità per integrarle nel complotto stesso.
Nulla accade per caso, tutto deve indicare che la teoria è l’assoluta verità: ogni dettaglio, anche il più irrilevante, viene intrecciato in uno schema d’inganno che possa rientrare alla perfezione all’interno del complotto.
L’ultima caratteristica rappresenta l’aspetto più strategico di queste teorie: “l’intento nefasto” o malafede. “Le motivazioni alla base di ogni complotto sono ritenute nefaste”, scrivono Cook e Lewandowsky. “Le teorie del complotto non prevedono mai che i complottisti abbiano intenzioni benevole”.
Ma perché le teorie del complotto si diffondono così facilmente?
Secondo Cook e Lewandowsky, le persone che si sentono vulnerabili e impotenti tendono ad offrire un terreno fertile per la diffusione delle teorie del complotto.
Inoltre, queste teorie permettono di “affrontare” circostanze di minaccia immediata attraverso un capro espiatorio: un “grande evento” deve per forza avere una “causa importante”. In quest’ottica, è un modo per spiegare eventi improbabili e fuori dall’ordinario: una sorta di meccanismo di coping (barcamenarsi, ndr) che offre ad alcuni un modo alternativo per “gestire l’incertezza”.
La dimensione di incertezza è, infatti, fondamentale affinché le teorie del complotto possano avere successo. Possono essere utilizzate come strumento “retorico” per sfuggire a conclusioni “scomode”, per “contestare” le idee politiche ufficiali e sono un ingrediente inevitabile dell’estremismo politico.
Studi di “de-radicalizzazione”, quindi, possono fornire indicazioni su come “disarmare” i complottisti.
I social media tendono ad alimentare i meccanismi delle teorie del complotto.
La mancanza dei tradizionali “gate-keeper” (ad esempio i giornali, ndr), scrivono Cook e Lewandowsky, è uno dei motivi per cui la disinformazione si diffonde più facilmente e velocemente online, spesso spinta da account falsi, bot o troll.
Allo stesso modo, chi “consuma” le teorie del complotto è incline a mettere “mi piace” e a condividere post complottisti su Facebook.
Cook e Lewandowsky, identificano due modalità principali per far fronte a queste teorie: il prebunking e il debunking.
La prima si basa sull’importanza di giocare d’anticipo, cercando di disinnescare in partenza i meccanismi dei complottisti: “Se le persone vengono rese consapevoli degli errori di ragionamento nelle teorie, possono essere meno vulnerabili e sviluppare una capacità di resistenza ai messaggi complottisti”.
Questo processo avviene in due modi: attraverso l’avvertimento esplicito di un complotto imminente che rischia di indurre in errore, oppure attraverso la confutazione degli argomenti della disinformazione.
Il debunking invece, che in inglese si definisce come “smascherare finzione o falsità”, agisce attraverso i fatti, la logica, le fonti e l’empatia.
In altre parole, il debunking ricorre al factchecking, a un’informazione accurata che ha la capacità di smentire, a una logica che possa spiegare le tattiche ingannevoli e i ragionamenti errati, a una demistificazione che smascheri l’assenza di credibilità dei complottisti, e a un’attenzione “empatica” nei confronti dei target delle teorie del complotto.
Il debunking, tuttavia, può rivelarsi un’arma a doppio taglio poiché potrebbe rafforzare le teorie involontariamente.
Incoraggiare le persone a pensare in modo analitico può costituire uno strumento efficace per smantellare la falsa narrazione della realtà sulla quale si fondano le teorie del complotto.

https://ilmanifesto.it/come-affrontare-le-teorie-del-complotto/
 
#77
Quei lavoratori del sommerso rimasti fuori da ogni sostegno
Allarme povertà nel Mezzogiorno. Le richieste al Banco Alimentare sono aumentate del 20%, del 40 in Campania

Adriana Pollice
EDIZIONE DEL29.03.2020
PUBBLICATO28.3.2020, 23:59
«C’è questa famiglia di Soccavo», quartiere popolare di Napoli ovest. «Lei faceva le pulizie, lui il barista, entrambi in nero, quattro figli. Con il distanziamento sociale hanno perso il lavoro, “sono spariti sia i politici che i preti” ci hanno detto». Ecco di cos’è fatta l’emergenza sociale che il governo comincia ad avvertire con qualche settimana di ritardo rispetto all’emergenza sanitaria. Il presidente Sergio Mattarella l’ha vista arrivare, l’ha segnalata nei suoi interventi. La telefonata da Soccavo è una delle tante richieste di aiuto arrivate al Telefono rosso attivato dall’Ex Opg Je so’ pazzo.
LE MISURE ANTI COVID-19 hanno lasciato (fino alle novità annunciate dal premier ieri) ampie fasce di popolazione abbandonate. Le richieste al Banco Alimentare sono cresciute del 20%, del 40 in Campania. «Chi riceveva il pacco spesa a casa – spiega Chiara Capretti di Potere al popolo – o mangiava alle mense è rimasto senza aiuto, molti volontari sono anziani e, quindi, costretti a non uscire. Anche le coop del terzo settore si sono fermate perché i lavoratori non hanno i dispositivi di protezione. Siamo alla resa dei conti: per anni il volontariato ha fornito servizi sociali, ora non c’è più un’organizzazione pubblica efficace. Ci vuole l’intervento della Protezione civile per raggiungere anche i migranti. Il Cura Italia poi ha ignorato il lavoro sommerso».
Sempre a Napoli, Giovanni Pagano è nell’esecutivo nazionale della Federazione del Sociale Usb: «Ci vuole subito il reddito di quarantena o la situazione precipiterà. Ai nostri sportelli vengono lavoratori precari di pubblica utilità, ex disoccupati che magari ricevevano piccoli assegni. Senza un sostegno non resteranno a casa ma usciranno a cercare una soluzione. Bisogna togliere i paletti al reddito di cittadinanza. Molti che lavoravano in nero non hanno fatto domanda per la paura di incorrere in sanzioni, badanti, addetti alle pulizie, fattorini, ambulanti, baristi e mercatali. Ma il tempo stringe anche per le partite Iva, i co.co.co, chi faceva lavori a progetto, fino ai settori del turismo e della ristorazione. La priorità è evitare che le persone di indebitino».
UN DRAMMA che la politica ha deciso di ignorare per anni: 23,3% il tasso di disoccupazione a Napoli e provincia, 19,1% a Palermo, 11,8% a Bari. Secondo l’Istat, nel 2017 l’incidenza dell’economia non osservata (sommerso e illegale) è stata del 19,4% del complesso del valore aggiunto, la media italiana è stata del 13,5%. In Calabria il peso dell’economia sommersa e illegale è stato massimo (21,8%). Il peso del sommerso dovuto al lavoro irregolare è stato più elevato in Calabria (9,4%) e Campania (8,5%). Secondo lo studio del 2018 di Srm, centro studi collegato a Intesa Sanpaolo, l’economia sommersa e illegale in Italia è pari al 22,9% del Pil, dato che sale al 29,8% nel Mezzogiorno.
Il sindaco di Napoli de Magistris, chiede il reddito di quarantena, il senatore Sandro Ruoto ha scritto a Giuseppe Conte perché vengano estese le misure dell’esecutivo «anche al lavoro sommerso». Anche il governatore De Luca si è rivolto al premier: «È necessaria una piattaforma economico-sociale da sottoporre entro martedì al governo: tutele per chi lavora nel sommerso, per commercio, artigianato, piccole imprese, misure per le filiere agricole, turistiche, le imprese culturali». Il Mezzogiorno finora si è arrangiato da solo.
A PALERMO ieri pattuglie della polizia sorvegliavano i supermercati, dopo il tentativo fallito giovedì di andare via con la spesa da parte di cittadini impoveriti. «Solo in città sono oltre 2.500 le richieste di aiuto già pervenute, famiglie allo stremo», ha raccontato Gabriella Lipani, direttore del Banco Alimentare. L’amministrazione di Salemi, in provincia di Trapani, ha chiesto il riconoscimento dello stato di calamità naturale. Nell’agrigentino si cerca di rimediare con «la spesa sospesa» mentre la regione ha stanziato 100 milioni per l’assistenza alimentare.
IN PUGLIA, a Bari, si sono viste persone allo sportello delle banche implorare prestiti da 50 euro per la spesa. «Continuiamo a ricevere richieste di aiuto – ha spiegato il sindaco e presidente dell’Anci, Antonio Decaro -. I comuni italiani hanno bisogno di liquidità perché abbiamo sospeso le tasse». Altro tema ostinatamente ignorato: le amministrazioni cittadine sono state strozzate dal taglio dei finanziamenti centrali, più di 300 hanno avviato procedure di dissesto o predissesto, quasi tutte al Sud.

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#78
Covid 19, l’emergenza sociale esplosiva dell’Italia diseguale
Pandemonio. Al Sud, il 13% degli individui vive in famiglie senza percettori di reddito, l’occupazione è al 44% , la disoccupazione è molto più alta, il lavoro nero e il sommerso più diffusi

Pier Giorgio Ardeni
EDIZIONE DEL29.03.2020
PUBBLICATO28.3.2020, 23:59
AGGIORNATO29.3.2020, 10:53
«Siamo entrati in questa crisi essendo già il Paese più diseguale d’Europa», dice oggi Peppe Provenzano su Repubblica, intervistato da Goffredo De Marchis. E fa bene il nostro giovane ministro a ricordarci qualcosa che nell’emergenza sanitaria era tornato in secondo piano. La disuguaglianza, che già era stato il motore dell’afflato populista, oggi rischia di provocare la rivolta, di fronte alle limitazioni alle attività e alla paralisi dell’economia. Soprattutto al Sud, dove lavoro irregolare e attività sommerse sono le più diffuse e «dove il lavoro nero dà da mangiare a più di 4 milioni di lavoratori», non solo in agricoltura.
IL NOSTRO GOVERNO, alle prese con l’emergenza sanitaria, ha già messo in campo strumenti ma questi appaiono insufficienti, sia perché rappresentano appena una toppa sulla crepa nella diga che rischia di travolgerci, sia perché non affrontano quei mali che più in profondità già affliggevano il Paese e che oggi, sotto la piena della pandemia, rivelano la fragilità e la mancanza di salvagenti per fasce di popolazione per troppo tempo lasciate ai margini.
Nel nostro Mezzogiorno le disuguaglianze di reddito sono molto maggiori che nel Centro-nord e, come se non bastasse, i minori redditi sono dovuti a differenti opportunità lavorative. Non solo il Sud è più povero del Nord ma è più diseguale e più esposto.
Al Sud, il 13% degli individui vive in famiglie senza percettori di reddito, il tasso di occupazione è al 44% (contro il 66 del Nord), la disoccupazione molto più alta, il lavoro nero più diffuso. Va bene dire «tutti a casa» per limitare il contagio, ma al Sud l’emergenza sociale c’è già e con il blocco dell’economia, che vive anche del sommerso, rischia di esplodere.
E POI, SI FA PRESTO a dire «tele-lavoro», quando il 16% del lavoro agricolo, il 10% del lavoro edile e il 23% del lavoro nei servizi alla persona è sommerso o irregolare: lavoro fisico, che non può essere sostituita da lavoro «a distanza». E, allo, stesso modo, si fa presto a dire «lezioni on-line» per tutti. «Per uno studente su cinque, niente teledidattica», nonostante la ministra Azzolina, «degli 8,3 milioni di studenti lasciati a casa ne sono stati raggiunti 6,7 milioni».
Se il governo ha pur stanziato 70 milioni che andranno per l’acquisto di pc e tablet «per chi non ce l’ha», il problema è più a monte e mostra una delle facce con le quali l’Italia diseguale sta affrontando l’emergenza. C’è infatti un’Italia che il pc o il tablet o anche internet non sa cosa sia e non ne fa uso mai e non perché non voglia: perché non può.
SECONDO gli ultimi dati Istat, «nel 2019, 38,8 milioni persone hanno navigato almeno una volta in Rete nell’arco di tre mesi». I 15-24enni sono più connessi, ma solo il 43 % usa un pc. Il problema è che in Italia solo il 76,1 % delle famiglie dispone di una connessione a internet. E anche in questo caso le differenze territoriali sono ampie e le disuguaglianze emergono evidenti (al Nord, gli internauti sono più del 72 %, mentre al Sud sono appena il 60 %).
L’assenza di connessione, è vero, è dovuta alla mancanza di conoscenza (c’è chi non sa usare internet) e alla mancanza di connessione o segnale. Se il fattore generazionale contribuisce a spiegare la prima, ad esso si aggiunge quello dell’istruzione – è soprattutto chi ha la licenza elementare o media, la maggioranza della nostra popolazione, a non saper utilizzare internet (appena il 46,1 %).
E poi, quante famiglie hanno in casa più di un pc? Se genitori e figli devo entrambi connettersi, quanti possono permetterselo? Inoltre, la connessione arriva nelle città, molto meno nei comuni piccoli. È, come sempre, l’Italia delle aree interne, delle periferie e delle regioni meridionali ad essere più penalizzata. Come quella che gode di un reddito appena sufficiente a «sbarcare il lunario».
Soprattutto al Sud. Quanto queste famiglie possano garantire che i propri figli siano in grado di seguire le lezioni on-line o possano svolgere il loro lavoro a distanza è facile da immaginare. L’Italia diseguale si trova dunque in una contingenza drammatica con pochi mezzi per affrontare l’emergenza e le «novità» che le sono state prospettate nelle ultime settimane.
C’È POI UN ALTRO aspetto che vale la pena menzionare a proposito di utilizzo di internet e comunicazione on-line ed è quello dell’informazione. A fronte di un Presidente del Consiglio che ricorre a Facebook per le sue comunicazioni al Paese – non più la televisione di Stato, non più comunicazioni «ufficiali» ma eloqui «informali» per «stare vicino alla gente» – abbiamo un Paese (parzialmente) connesso (non tutti, però, sono utenti di Zuckerberg), che riceve notizie e informazioni di vario genere, per lo più incomplete e sufficienti appena a tenere traccia del cataclisma che ci ha investito.
Non si vuole qui rimarcare il deficit strategico mostrato nella direzione della campagna per fronteggiare l’epidemia, quanto piuttosto rilevare come l’informazione fornita dagli organismi deputati – la Protezione Civile, ma anche l’ISS – sia largamente insufficiente per il cittadino per capire cosa gli sta succedendo intorno, nel Paese ma anche nella sua realtà locale.
Bene hanno fatto Alleva, Arbia, Falorsi, Pellegrini e Zuliani, da statistici, a richiedere che venga immediatamente messa in campo un’indagine campionaria per monitorare da vicino l’evoluzione del contagio – nel merito, non solo nei grandi numeri, guardando ai percorsi, ai soggetti colpiti e potenziali – ma non si può non rilevare come il nostro Istituto Nazionale di Statistica, in questo frangente, non si sia già adoperato per prestare la sua opera a contribuire ad una corretta e approfondita azione di informazione.
Un’indagine campionaria sarebbe di grande aiuto non solo a scopo scientifico e medico ma, soprattutto, per informare i cittadini e renderli partecipi e coinvolgerli in quell’azione responsabile che viene auspicata.
SI FA PRESTO a dire «restate a casa», «connettetevi», «state online», «lavorate a distanza» ma se questo venisse anche arricchito da un lavoro di informazione selettiva, cautelativa e, in ultima analisi, rassicurante sarebbe molto meglio per garantire quel processo partecipato di responsabilità civile che viene invocato. Se poi si vuole tenere l’Italia, già diseguale in partenza, anche disinformata e preoccuparsene solo promettendo pc e tablet poi, è un altro discorso.

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#79
Opinioni

Virus, echi del mondo che verrà
Pensiero critico. Rivisitazioni di un lessico per il futuro prossimo, a margine dell’ultimo saggio di Slavoj Žižek, «Virus», che il filosofo sloveno aggiornerà via via: da Ponte alle Grazie in versione digitale

Maurizio Ferraris
EDIZIONE DEL29.03.2020
PUBBLICATO29.3.2020, 0:18
AGGIORNATO26.3.2020, 12:58
C’è da attendersi che il moltissimo tempo libero cui si è costretti dal virus e dalla conseguente quarantena possa dar vita a dei Post Coronial Studies, che leggeranno tutta la realtà non più nel senso del dominio del Gestell tecnologico o del Kapitale satanico, ma del Virus. Sebbene con un tono meno infiammato e più sobrio del consueto, Virus, di Slavoj Žižek (traduzione di Valentina Salvati e Federico Ferrone, Ponte alle Grazie, pp. 48, € 3,99) sembra confermare questo sospetto.
Žižek scrive cose che, da lui, potevamo facilmente prevedere, e cioè che la crisi richiede una rinnovata solidarietà, ossia «una nuova forma di quello che un tempo chiamavamo comunismo» (appena possibile, sarebbe una buona idea sostituire il pugno chiuso alla stretta di mano) e che il «capitalismo si avvicina alla fine» (direi che prima di allora avranno trovato il vaccino) svolgendo argomenti di grande buonsenso. Dopo aver rilevato l’assurdo del riconoscere nel virus un complotto securitario che prende il posto del terrorismo, se la prende con il riduzionismo sociocostruttivista che vede in ogni evento, anche naturale, l’esito di un complotto e soprattutto cita un passo di una comunicazione personale del sociologo e architetto Benjamin Bratton che da solo vale il libro e indica un programma di ricerca e di riflessione per i filosofi, e in genere le persone di buona volontà, disposte a trarre da ciò che avviene insegnamenti e spunti di ricerca e innovazione, invece che la conferma di vecchi paradigmi: «La Cina ha introdotto misure che l’Europa occidentale e gli Stati Uniti con ogni probabilità tollererebbero a stento, a loro discapito, forse. Senza girarci attorno, è un errore interpretare riflessivamente ogni tecnica di rilevamento e modellazione come ‘sorveglianza’ e la gestione alacre della cosa pubblica come ‘controllo sociale’. Abbiamo bisogno di un lessico diverso e più sfumato per parlare dell’intervento». Parole non sante ma sagge, che però meriterebbero di non ridursi al semplice caso della sorveglianza. Abbiamo bisogno di inventare nuovi concetti per un nuovo mondo, e questo chiede tempo, ma intanto possiamo ripensare dei nomi vecchi. Ne elenco sette, non per ragioni cabalistiche ma perché non posso andare oltre le dodicimila battute.

Virtuale

Abbiamo passato gli ultimi decenni a leggere deplorazioni del fatto che la nostra vita di relazione è ormai svanita, e volata sulla nuvola del virtuale. La quarantena, con le restrizioni di movimento e di contatto che ci impone, dimostra che tutte quelle discussioni erano vuote, false e nel migliore dei casi concettualmente inadeguate. Non eravamo affatto entrati nel mondo dello spirito, eravamo ancora e sempre carne, appetibilissima per il virus, che si trasmette con grande facilità proprio perché non ce ne stiamo in casa, ma andiamo in giro, ceniamo, sentiamo concerti, prendiamo aperitivi, saliamo su treni, autobus, aerei. È questo il virtuale? Chi vuole, può crederlo. E ovviamente il culto del virtuale non ha portato il minimo ripensamento sulla natura del reale. È stato Marx a farci notare che Don Chisciotte si basa sugli effetti stranianti che derivano dalla sopravvivenza di modi di vita e di ideali feudali in un mondo in cui il feudalesimo è scomparso. Rispetto al mondo industriale, l’umanità si trova in buona parte nella stessa situazione di Don Chisciotte. Crediamo di vivere, insieme, in una nuvola, e in un mondo che non è molto diverso da quello analizzato da Marx, e dunque ci immaginiamo gli stessi problemi (l’alienazione sul lavoro, lo sfruttamento e la mancanza) e le stesse soluzioni che si sarebbero potute trovare cent’anni fa. Non stupisce che le soluzioni non risolvano (perciò la sinistra è in crisi e il populismo ha successo), e che si creino conflitti tra valori, in particolare fra la tutela del lavoro e la tutela dell’ambiente.

Apocalissi

Sino a pochissimo tempo fa era difficile non leggere delle lamentele sull’uragano di messaggi che si abbatte su di noi, sul cogito interruptus e su altre sciagure della postmodernità. Non so quanto sincere fossero quelle lamentele, ma di sicuro ora hanno perso ogni ragion d’essere. A volte, dalle crisi in cui va di mezzo la vita, e non solo i soldi, si esce con un patrimonio di buone idee e di buona volontà, con una rinnovata voglia di vivere e di fare . L’apocalitticità da due soldi che ha caratterizzato molta riflessione degli ultimi decenni, dall’annuncio della fine della storia alla tesi secondo cui le guerre finanziarie sono molto peggiori di quelle reali, si rivela per il niente che è e che era, una volta che un virus mostra la sua efficacia. Varrebbe la pena di osservare, a beneficio degli apocalittici, che una delle ragioni per le quali il virus ci preoccupa, è che la nostra sanità, a misura di quanto è avanzata, potrebbe da un momento all’altro entrare in crisi; cinquant’anni fa, senza terapie intensive, il problema non si sarebbe posto. Sarebbe stata un’ecatombe, anche se non proprio come la Spagnola visto che il Coronavirus sembrerebbe essere meno aggressivo. Ecco una prova incontestabile del fatto che l’umanità va verso il meglio, che la scienza fa progressi e che la medicina è un sapere a cui dobbiamo tutta la nostra riconoscenza e non un Komplotto delle multinazionali.

Biosfera

Di passaggio, l’epidemia ci ricorda una cosa ovvia, ma che si è portati a dimenticare quando, non senza ingenuità, si definisce il Web come una infosfera, un mondo virtuale che poco alla volta inghiottirà il mondo reale. Ovviamente non è così. L’intelligenza artificiale si nutre di intelligenza naturale, cioè dei nostri comportamenti, e questi sono determinati dal fatto che siamo organismi, con un metabolismo che ci impone ritmi vitali. Il Web non è affatto una infosfera, ma una biosfera, un ambito in cui la vita viene registrata, calcolata, definita nelle sue regolarità, e soprattutto in cui la vita detta i tempi e le urgenze, tanto nelle condizioni ordinarie quanto in quelle straordinarie.
Proprio perché la nostra è una biosfera, conviene che ce ne stiamo a casa. Il che offre una possibilità unica alla vita degli individui e delle collettività, quella di dedicare del tempo alla riflessione e alla progettazione, a partire dalle contingenze (per esempio, come si organizza un insegnamento a distanza e come si perfeziona il telelavoro? Sono cose che torneranno utili in futuro) per poi venire a piani di più lungo respiro, che possono trarre un enorme vantaggio dal silenzio circostante. Un esempio fra i tanti. Chi diceva «dobbiamo salvare il pianeta» diceva una nobile sciocchezza. Ci sono forme di vita, tra cui il Coronavirus, che si sostituiscono a noi con successo, alla faccia dell’antropocene (concetto in se stesso dubbio e che ora rivela tutta la sua presunzione), riducendo le polveri sottili e l’inquinamento più di ogni decreto. Non dobbiamo salvare il pianeta, dobbiamo salvare l’umanità, che è tutto un altro paio di maniche.

Mani

«Umani, lavatevi le mani». Nel Trattato della creazione dell’uomo, che risale alla fine del quarto secolo della nostra era, Gregorio di Nissa stabilisce una correlazione essenziale tra l’acquisizione della mano e lo sviluppo del linguaggio, che Darwin riproporrà senza variazioni quattordici secoli più tardi. Se gli umani non avessero le mani, allora il loro volto, come quello dei quadrupedi, avrebbe una forma allungata, labbra adatte non ad articolare parole ma a brucare, e una lingua spessa e callosa buona per impastare gli alimenti. Il prerequisito per la formazione del linguaggio è meno il possesso di una massa cerebrale particolarmente sviluppata (come sarebbe logico seguendo l’ipotesi di Aristotele e di Heidegger) che non la disponibilità di una mano, d’accordo con Anassagora e Derrida. La mano libera la bocca, i denti e la lingua, e li rende disponibili per la parola: passaggio che non va inteso semplicemente come uno sviluppo fisiologico, ma anche come un evento tecnologico, economico e sociale. Perché la mano, diversamente dalla bocca, può munirsi di bastone, e procedere a una serie di capitalizzazioni che sarebbero impossibili se la bocca dovesse compiere l’ufficio della mano.

Globalizzazione

Il virus ci ricorda anche ciò che il buon senso non dovrebbe mai farci dimenticare, e cioè che la terra è rotonda, con buona pace dei terrapiattisti, e che dunque gli esseri umani, così come i virus, sono destinati a entrare in contatto invece che a disperdersi. Non solo i virus, ma le idee, non conoscono confini; il virus è indubbiamente meno interessante delle idee, ma dal virus, come da ogni difficoltà, possono venir fuori delle buone idee. O si possono smentire le cattive idee. Se ci fate caso, si è di colpo cessato di parlare di sovranismo, e gli stessi che esortavano a cacciare i migranti si lamentano adesso degli italiani trattati come appestati. È il caso manifesto in cui una idea confusa e anacronistica trova la sua immediata obsolescenza alla prova dei fatti. O più esattamente si rivela per quello che è: egoismo. Lo si potrà magari nobilitare, come fece Antonio Salandra quando giustificò come «sacro egoismo» il venir meno ai patti con l’Austria e la Germania e la discesa in campo a fianco dell’Intesa, ma sempre egoismo è. Come il cosmopolitismo, e per gli stessi motivi (la terra è rotonda) la globalizzazione è un destino, ed è un destino auspicabile, visto che riduce le differenze tra gli esseri umani e ottimizza la ridistribuzione delle risorse. Immagino l’obiezione di chi osservi che la globalizzazione ottimizza anche la distribuzione dei virus, e mi è capitato di leggere in questi giorni che il Coronavirus ci presenta il conto della globalizzazione. Difficilmente si potrebbe dire qualcosa di più sbagliato. La peste nera che nel Trecento uccise un terzo della popolazione europea veniva dalla Cina proprio come il Coronavirus. O c’era la globalizzazione nel Trecento (il che in un senso è vero, ma per ogni tempo, appunto perché la terra è rotonda) o il Coronavirus non ci presenta il conto di un bel niente.

Resto

Concludendo il suo intervento Žižek svolge delle belle considerazioni sul carattere ontologico del virus, a metà strada tra la vita e la morte, che vive solo a contatto con il vivo. Del resto, la pretesa di vivere a tutti i costi, per un mortale, è la più assurda che si possa avanzare. Lo ricordava bene Federico il Grande alla battaglia di Kolin, 18 giugno 1757, che esortò i suoi soldati mentre stavano già arretrando: «Cani, volete vivere in eterno?» È una frase che ci richiama a ciò che Schelling nomina come il «resto non superabile».
Žižek lo cita e commenta che nella sua condizione di semivivo e di semimorto il virus è proprio l’emblema di un simile resto. Mi sembra una bella immagine, e sospetto che a sua volta Schelling avesse in mente Isaia, che parla di un resto che ritornerà, sopravvissuto alla distruzione (un passo considerato da molti la matrice del messianismo). Il resto è dunque, proprio come il virus, un monumento della morte nella vita e un monumento della vita nella morte, ed è ciò che ci fa vivere, morire e nel frattempo pensare.

https://ilmanifesto.it/slavoj-zizek-echi-dal-mondo-che-verra/
 

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