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Miscellanea

#45
La guerra delle mascherine

A. Fab.
EDIZIONE DEL22.03.2020
PUBBLICATO21.3.2020, 23:59
Arrivano tre milioni di mascherine. Dall’Egitto, dalla Cina, dall’India e dalla Russia. Se ne sono dovuti occupare il ministero degli esteri, le ambasciate, l’aeronautica militare. Nell’emergenza mondiale questi dispositivi di protezione individuale (Dpi), tessuto ed elastici da pochi euro (un tempo), sono diventati bene strategico. Scatenando una concorrenza tra stati che neanche il litio o il cobalto. L’Italia è partita male, senza scorte e perdendo il tempo sui primi ordinativi, all’emergere dell’epidemia. Le conseguenze le stiamo vendendo nelle corsie degli ospedali dove il personale sanitario non è sufficientemente protetto, e si contagia, ma anche nelle fabbriche dove si dovrebbe lavorare solo con di dispositivi indossati, ma si va avanti anche se i dispositivi non ci sono.
Non c’è una farmacia del paese che non esponga il cartello «mascherine esaurite», talvolta aggiungendo le istruzioni per farle a casa che chi sta in fila impara a memoria. Usate la garza sterile, le coppette assorbi latte, non la carta da forno. Qualche farmacia ha preso l’iniziativa di produrle per rispondere alle richieste dei clienti, e ieri a Roma una è stata denunciata per vendita illecita di mascherine prodotte artigianalmente. Il Politecnico di Milano ha concluso uno studio sui migliori materiali per produrre mascherine e molte aziende hanno risposto all’appello della Regione per riconvertire gli impianti. Produrranno mascherine con il logo Regione Lombardia, a perenne ricordo della polemica tra il presidente Fontana e la protezione civile che ne aveva fornite di non idonee. In Toscana invece si sono messe in moto le maison dell’alta moda. Gucci, Ferragamo, Fendi, Prada, Valentino, Scervino hanno messo a disposizione laboratori (quasi tutti chiusi al momento) e le sarte da casa. Il materiale, tessuto non tessuto, viene fornito dalle aziende di Prato. Cinesi.
La guerra diplomatica sulle mascherine si gioca anche alle frontiere. Ieri l’assessore regionale alla sanità del Lazio Alessio D’Amato ha denunciato che la Polonia ha fermato alla sua dogana un carico di 23mila mascherine in partenza per Roma. Quello che avrebbe dovuto fare l’Italia con i tamponi prodotti a Brescia e decollati per gli Usa.
Ieri prima Renzi e poi Salvini, che ha chiamato in causa persino Mattarella, hanno fatto delle mascherine un caso politico. Chiedendo al governo di riferire in aula. Certamente non mancheranno le interrogazioni sull’argomento nella seduta di mercoledì prossimo alla camera. Ma intanto Di Maio ha fatto sapere che l’Italia acquisterà dai cinesi di Byd – che produce auto elettriche ma ha immediatamente riconvertito alcuni impianti – ben 100 milioni di mascherine, dei vari tipi che in questi giorni abbiamo imparato a conoscere. La prossima settimana ne arriveranno prima tre e poi altri tre milioni. Poi il ritmo si stabilizzerà su 20 milioni a settimana. Sembra tantissimo, è a mala pena il fabbisogno settimanale degli ospedali. In Francia, dove ci sono carenze e polemiche simili, ne hanno comprate 250 milioni.
https://ilmanifesto.it/la-guerra-delle-mascherine-tra-diplomazia-e-politica/
 
#46
Coronavirus, il presidente di Federalberghi Bocca: «Per l'assegno...

«Benché gli alberghi non siano stati ricompresi nell'ultimo dpcm del governo tra le attività da fermare, il 95% delle strutture sono al momento chiuse». Bernabò Bocca, presidente di Federalberghi, non nasconde la sua preoccupazione per il settore che rappresenta. Uno di quelli maggiormente colpiti dalla crisi generata dall'epidemia di coronavirus.
Gli alberghi insomma si sono completamente fermati?

«Come detto le strutture sono chiuse. E lo sono per l'impossibilità fisica dei clienti di raggiungerle. Gli italiani non si possono muovere. Un albergo è una macchina che costa, perché ha dipendenti, ha utenze. Moltissimi imprenditori hanno scelto la strada della chiusura volontaria. Restano aperti gli alberghi che ospitano personale sanitario o parenti di contagiati. Federalberghi sta anche facendo accordi con le Regioni per mettere a disposizione migliaia di camere per i contagiati lievi, quelli che non hanno bisogno di assistenza medica e possono svolgere la quarantena nelle strutture».
Non c'è stato bisogno insomma, delle requisizioni paventate dal governo?
«Non c'è bisogno di nessuna requisizione. Noi le camere le abbiamo sempre messe a disposizione. Lo abbiamo fatto ai tempi del terremoto e con gli immigrati. Gli albergatori italiani non si sono mai tirati indietro».
Le risposte del governo alla crisi del settore le giudicate soddisfacenti?
«Ad oggi abbiamo un solo decreto, il cosiddetto Cura Italia, che per le nostre imprese non prevede nulla».
Nulla?
«Nulla. Avrebbe però dovuto mettere in sicurezza i lavoratori delle imprese colpite».
Perché usa il condizionale. La Cassa integrazione semplificata copre anche il settore alberghiero?
«Guardi, noi siamo perfettamente d'accordo sulla filosofia alla base del decreto, ossia che il primo atto da compiere era quello di mettere in sicurezza i dipendenti. Peccato che questo decreto sia oggi completamente inattuabile».
In che senso inattuabile?
«Glielo spiego. Un'impresa chiusa, come sono chiusi gli alberghi, è un'impresa che non ha cassa, non ha disponibilità liquide».
Dunque?
«Dunque è un'impresa che non può avere uscite, non può fare pagamenti. Giustamente il decreto del governo prevede che la Cassa integrazione in deroga e il Fis, il fondo integrativo salariale, siano pagati direttamente dall'Inps».
Qual è allora il problema?
«Il portale dell'Inps abituato a ricevere mille richieste, oggi ne sta ricevendo decine di migliaia. Quindi per diversi giorni è stato impossibile entrare nel sito dell'Istituto. Solo ieri si è sbloccato. E noi sappiamo già che l'Inps per lavorare queste decine di migliaia di pratiche che stanno arrivando, e quindi procedere ai pagamenti, necessiterà di mesi».
I dipendenti rischiano di rimanere senza aiuti per questo tempo?
«Esatto. Stiamo parlando di persone che guadagnano mille euro al mese e che con quei mille euro fanno la spesa. In questo periodo che cosa faranno. Anzi, le dico di più. Il problema ci sarà già tra pochi giorni. Molti alberghi hanno chiuso all'inizio di marzo, e tra qualche giorno sarà tempo di paga. Le aziende oggi non hanno i soldi per poter anticipare la Cassa integrazione. Rischiamo di lasciare decine di migliaia di persone senza risorse».
Il decreto prevede tuttavia delle misure di sostegno alla liquidità delle aziende. Sono misure delle quali beneficiate oppure no?
«Per quanto riguarda il nostro settore nel decreto Cura Italia c'è un solo paragrafo e riguarda i voucher. Cioè la possibilità per l'albergo di non rimborsare i soldi già ricevuti dal cliente, ma bensì di fare un buono da utilizzare in seguito. Noi oggi ci stiamo molto preoccupando sia della Cassa integrazione, perché siamo un settore labour intensive, e in secondo luogo non riusciamo a capire come mai in questo decreto per gli esercizi commerciali C1, cioè i negozi, ci sono delle agevolazioni fiscali che però non sono state allargate alla categoria D2, quella degli alberghi. Il negozio quando riapre inizierà a riavere i clienti, per un albergo ci vorranno mesi prima che ritornino i turisti».
Sono molti gli alberghi che non hanno la proprietà delle mura?
«In Italia sono il 40% delle strutture. Per noi sarebbe un segnale molto importante di attenzione da parte del governo se il credito d'imposta del 60 per cento sui canoni fosse allargato anche agli alberghi».
Ci sono altre misure che potrebbero essere utili al settore?
«Noi abbiamo presentato una serie di proposte che speriamo possano essere accolte. A partire da un credito di imposta per gli italiani che decideranno di fare le vacanze in Italia. Questo perché oggi l'unico mercato sul quale possiamo puntare per l'estate è il mercato nazionale».
Si parla della possibilità che nel prossimo decreto del governo, quello che arriverà ad aprile, ci siano anche degli indennizzi per le attività più colpite?
«Noi abbiamo chiesto che ci sia un ristoro per la perdita di fatturato degli alberghi. Non basta spostare in avanti le scadenze tributarie o contributive. Al 30 maggio il settore sarà probabilmente nelle stesse condizioni di oggi. E a giugno dovremo anche pagare le tasse sui risultati di bilancio del 2019 che sono stati dei buoni risultati».
Era un altro mondo.
«Totalmente un altro mondo».

https://www.ilmessaggero.it/economi...gni_alberghi_ultime_notizie_news-5131267.html
 
#49
Nuova lista delle attività consentite:

Coltivazioni agricole e produzione di prodotti animali;
Pesca e acquacoltura,
Estrazione di carbone;
Estrazione di petrolio greggio e di gas naturale;
Attività dei servizi di supporto all’estrazione di petrolio e di gas naturale;
Industrie alimentari;
Industria delle bevande;
Fabbricazione di altri articoli tessili tecnici ed industriali;
Fabbricazione di tessuti non tessuti e di articoli in tali materie (esclusi gli articoli di abbigliamento);
Confezioni di camici, divise e altri indumenti da lavoro;
Fabbricazione di imballaggi in legno;
Fabbricazione di carta (ad esclusione dei codici: 17.23 e 17.24);
Stampa e riproduzione di supporti registrati;
Fabbricazione di coke e prodotti derivanti dalla raffinazione del petrolio;
Fabbricazione di prodotti chimici (ad esclusione dei codici: 20.12 – 20.51.01 – 20.51.02 – 20.59.50 – 20.59.60);
Fabbricazione di prodotti farmaceutici di base e di preparati farmaceutici;
Fabbricazione di articoli in materie plastiche (ad esclusione dei codici:
22.29.01 e 22.29.02);
Fabbricazione di vetro cavo;
Fabbricazione di vetrerie per laboratori, per uso igienico, per farmacia;
Fabbricazione di radiatori e contenitori in metallo per caldaie per il riscaldamento centrale 25.92
Fabbricazione di imballaggi leggeri in metallo;
Fabbricazione di apparecchi per irradiazione, apparecchiature elettromedicali ed elettroterapeutiche;
Fabbricazione di motori, generatori e trasformatori elettrici e di apparecchiature per la distribuzione e il controllo dell’elettricità;
Fabbricazione di batterie di pile e di accumulatori elettrici;
Fabbricazione di macchine automatiche per la dosatura, la confezione e per l’imballaggio;
Fabbricazione di macchine per l’industria della carta e del cartone (incluse parti e accessori); Fabbricazione di macchine per l’industria delle materie plastiche e della gomma (incluse parti e accessori);
Fabbricazione di strumenti e forniture mediche e dentistiche;
Fabbricazione di attrezzature ed articoli di vestiario protettivi di sicurezza;
Fabbricazione di casse funebri;
Riparazione e manutenzione installazione di macchine e apparecchiature (ad esclusione dei 33 seguenti codici: 33.11.01, 33.11.02, 33.11.03, 33.11.04,
33.11.05, 33.11.07, 33.11.09,33.12.92, 33.16, 33.17);
Fornitura di energia elettrica, gas, vapore e aria condizionata;
Raccolta, trattamento e fornitura di acqua;
Gestione delle reti fognarie;
Attività di raccolta, trattamento e smaltimento dei rifiuti; recupero dei materiali;
Attività di risanamento e altri servizi di gestione dei rifiuti;
Ingegneria civile (ad esclusione dei seguenti codici: 42.91, 42.99.09 e 42.99.10);
Installazione di impianti elettrici, idraulici e altri lavori di costruzioni e installazioni;
Manutenzione e riparazione di autoveicoli;
Commercio di parti e accessori di autoveicoli;
Attività di manutenzione e riparazione di motocicli e commercio di relative parti e accessori;
Commercio all’ingrosso di materie prime agricole e animali vivi;
Commercio all’ingrosso di prodotti alimentari, bevande e prodotti del tabacco;
Commercio all’ingrosso di prodotti farmaceutici;
Commercio all’ingrosso di libri riviste e giornali;
Commercio all’ingrosso di macchinari, attrezzature, macchine, accessori, forniture agricole e utensili agricoli, inclusi i trattori;
Commercio all’ingrosso di strumenti e attrezzature ad uso scientifico;
Commercio all’ingrosso di articoli antincendio e infortunistici;
Commercio all’ingrosso di prodotti petroliferi e lubrificanti per autotrazione, di combustibili per riscaldamento;
Trasporto terrestre e trasporto mediante condotte Trasporto marittimo e per vie d’acqua;
Trasporto aereo;
Magazzinaggio e attività di supporto ai trasporti Servizi postali e attività di corriere;
Alberghi e strutture simili;
Servizi di informazione e comunicazione;
Attività finanziarie e assicurative;
Attività legali e contabili;
Attività di direzione aziendali e di consulenza gestionale;
Attività degli studi di architettura e d’ingegneria; collaudi ed analisi tecniche Ricerca scientifica e sviluppo;
Attività professionali, scientifiche e tecniche;
Servizi veterinari;
Attività delle agenzie di lavoro temporaneo (interinale);
Servizi di vigilanza privata;
Servizi connessi ai sistemi di vigilanza;
Attività di pulizia e disinfestazione;
Attività dei call center;
Attività di imballaggio e confezionamento conto terzi;
Agenzie di distribuzione di libri, giornali e riviste;
Altri servizi di sostegno alle imprese;
Amministrazione pubblica e difesa;
Assicurazione sociale obbligatoria;
Istruzione;
Assistenza sanitaria;
Servizi di assistenza sociale residenziale;
Assistenza sociale non residenziale;
Attività di organizzazioni economiche, di datori di lavoro e professionali;
Riparazione e manutenzione di computer e periferiche;
Riparazione e manutenzione di telefoni fissi, cordless e cellulari;
Riparazione e manutenzione di altre apparecchiature per le comunicazioni;
Riparazione di elettrodomestici e di articoli per la casa;
Attività di famiglie e convivenze come datori di lavoro per personale domestico.
Fonte: QuiFinanza
 
#50
facciamo il punto:

la Merkellona, Macron e Trump non sono positivi; da poche ore anche il Papa sembra non aver riportato i segni indelebili del CONAD-19; la reina è tranquillamente parcheggiata in quel di Windsor; l'altro reale thai se ne sbatte altamente e va in Baviera senza ostacolare le misure di contenimento (diciamo che fa gli affari suoi nella suite); a Bertolaso gli han detto: alzati e cammina, mandrillo!

Restiamo noi del minuto popolo a chiederci: Che fare?

LE RISATE DER PAPA (G. Belli)

Er Papa ride? Male, amico! È sseggno
C’a mmomenti er zu’ popolo ha da piaggne.
Le risatine de sto bbon padreggno
Pe nnoi fijjastri sò ssempre compaggne.
Ste facciacce che pporteno er trireggno
S’assomijjeno tutte a le castagne:
Bbelle de fora, eppoi, pe ddio de leggno,
Muffe de drento e ppiene de magaggne.
Er Papa ghiggna? Sce sò gguai per aria:
Tanto ppiú cch’er zu’ ride de sti tempi
Nun me pare una cosa nescessaria.
Fijji mii cari, state bbene attenti.
Sovrani in alegria sò bbrutti esempi.
Chi rride cosa fa? Mmostra li denti.
 
#51
Un'altra voce fuori dal coro...

Sistema malato, la lezione del coronavirus
Vandana Shiva
EDIZIONE DEL26.03.2020
PUBBLICATO25.3.2020, 23:59
AGGIORNATO24.3.2020, 10:32
L’emergenza sanitaria covid 19 è legata alle emergenze della perdita della biodiversità e delle specie, della scomparsa delle foreste e del clima.
Tutte queste emergenze sono radicate in una visione del mondo meccanicistica, militaristica, antropocentrica in cui l’uomo è separato e superiore agli altri esseri che possono essere posseduti, manipolati e controllati e sull’idea di un modello economico basato sull’illusione di una crescita e di un’avidità senza limiti. Le malattie si stanno spostando da altri animali all’uomo poiché distruggiamo l’habitat delle specie selvatiche, alterando l’equilibrio tra animali, virus e batteri.
Il modello alimentare e agricolo globalizzato, industrializzato e inefficiente, sta invadendo l’habitat ecologico di altre specie, manipolando animali e piante senza alcun rispetto per la loro integrità e la loro salute. In questo modo si stanno creando nuove malattie. L’illusione che la terra e i suoi esseri siano mera materia prima da sfruttare a scopo di lucro sta creando un unico mondo connesso attraverso la malattia.
L’attuale emergenza sanitaria ci offre l’occasione di guardare ai sistemi malsani e ai sistemi salubri da una prospettiva olistica e sistemica.
Come abbiamo scritto nel manifesto Food For Health della Commissione Internazionale sul Futuro del Cibo, dobbiamo scartare «le politiche e le pratiche che portano al degrado fisico e morale del sistema alimentare, distruggendo la nostra salute e mettendo in pericolo la stabilità ecologica del pianeta, e mettendo in pericolo la sopravvivenza biogenetica della vita sul pianeta».
L’emergenza sanitaria ci costringe oggi a deglobalizzare dimostrando che possiamo farlo quando c’è una volontà politica.
Dobbiamo rendere questa deglobalizzazione permanente. La localizzazione dell’agricoltura e dei sistemi alimentari biodiversi tutela la salute e riduce l’impronta ecologica lasciando spazio alla crescita di specie, culture e economie diverse.
La ricchezza della biodiversità nelle nostre foreste, nelle nostre aziende agricole, nel nostro cibo e nel nostro microbioma intestinale rende il pianeta, le sue specie, compresi gli esseri umani, più sane e più resistenti ai parassiti e alle malattie. I governi devono allora garantire che le valutazioni sulla biosicurezza e la sicurezza alimentare non siano influenzate dall’industria che trae vantaggio dalla manipolazione degli organismi viventi e sopprime le prove scientifiche dei danni.
Il tentativo globale di deregolamentare le norme sulla sicurezza alimentare e sulla biosicurezza alimentare deve essere fermato. In questo stesso momento, è in corso un tentativo di minare il principio di precauzione europeo attraverso accordi di libero scambio come il cosiddetto «mini-deal» che l’Unione europea sta negoziando con gli Usa. Ma i nuovi Ogm basati sull’editing dei geni hanno impatti sulla salute imprevedibili.
I governi stanno dimostrando di essere in grado di agire per proteggere la salute delle persone quando ne hanno la volontà. A questo punto è giunto il momento per essi di prendere tutte le misure necessarie per fermare tutte le attività che compromettono i processi metabolici che regolano la nostra salute.
La crisi del coronavirus deve diventare l’occasione per fermare i processi che minano la nostra salute e quella del pianeta e per avviare invece un processo che le rigeneri entrambe.

https://ilmanifesto.it/sistema-malato-la-lezione-del-coronavirus/
 
#52
Editoriale bellissimo!

La civiltà è Enea che porta Anchise sulle spalle
Laura Marchetti
EDIZIONE DEL24.03.2020
PUBBLICATO23.3.2020, 23:59
AGGIORNATO26.3.2020, 13:16
«L’Italia vede decimata la generazione anziana, punto di riferimento per i giovani e per gli affetti». Le parole dette ieri dal presidente della Repubblica italiana, in maniera solenne e commovente, sembrano così voler far scudo contro quell’aberrante e diffusa convinzione, espressa in maniera più o meno sotterranea, che le morti così numerose non siano state poi così importanti perché riguardavano i vecchi, per di più già malati.
Mattarella al contrario ci ricorda quale patrimonio siano i vecchi, come siano indispensabili per i bambini, proprio in quanto “rimbambiti”, ovvero anche loro bambini, disposti a giocare, a divagare, a trasgredire.
E come siano importanti per i giovani, per la possibilità che hanno di trasmettere loro antichi saperi, valori vissuti, comunitarie tradizioni, forme diverse di presa dello spazio e di percezione dei tempi.
E come, in definitiva, siano importanti per ognuno di noi, perché nel tempo dell’effimero e dell’oblio, di fronte agli spettacoli e ai consumi, mostrano il valore degli affetti teneri, dei ricordi, della memoria e del compianto.
Le parole del presidente sono dunque dense di significato educativo ed esistenziale ma hanno anche un impatto politico radicale perché, per la prima volta, interrompono la filosofia eugenetica che è la pratica e lo spirito di questi insani tempi.
Dal documento degli anestesisti spagnoli alla teorizzazione dell’immunità di gregge degli inglesi, fino alla sottrazione forzata dell’assistenza sanitaria accaduta in certi ospedali italiani, si teorizza la necessità, per la “medicina delle catastrofi”, di scegliere fra i vecchi e i giovani, come fra i deboli e i forti.
Una scelta dovuta allo stato di eccezione e alla situazione estrema, tesa a sottrarre responsabilità alla coscienza personale, che porta però con sé la traccia indelebile di un giudizio di qualità dato alla vita, come se una vita – la più forte, la più abile – fosse solo per questo degna di essere mantenuta, mentre un’altra con più facilità dovrebbe essere rottamata.
In tale scelta gerarchica – che, perdurando lo stato di eccezione, potrebbe essere estesa anche a tutti i disabili e a tutti i fragili – si conserva il segreto del potere totalitario e della società “tanatologica”, la società di massa del ‘900 che si fonda su un continuo commercio con la morte.
Lo dice Elias Canetti in un libro magnifico e terribile scritto in anni bui e insani quasi come questi (Masse e Potere). In questa società tanatologica, potente diviene sia il capo, che acquisisce potere di morte, sia chi si distingue dalla morte sopravvivendo. La sopravvivenza è di per se stessa acquisizione di potere.
Chi è morto giace, sta per terra; chi sopravvive sta in piedi. Già solo questa collocazione spaziale rende “l’istante del sopravvivere, l’istante della potenza”, anche perché inconsciamente insorge la convinzione di una vera e propria “elezione”, una emozione comparativa che non risparmia nessun rapporto, nemmeno quello più affettivo, nemmeno quello con i figli o i genitori o i fratelli. Su questo senso di elezione si fonda dunque il totalitarismo, secondo Canetti. Ma, potremmo aggiungere, anche il capitalismo in quanto tale trasforma in Pil la sopravvivenza, poiché miglior produttori sono i vivi, cioè gli abili, i giovani, i forti.
C’è nel potere contemporaneo quindi, il persistere di una barbarie di fondo, una inciviltà.
La civiltà si fonda invece al contrario e nasce quando Enea in fuga dall’incendio, porta con se il vecchio padre sulle spalle e, per mano, il giovane figlio.
La pietà, che è la sua qualità esistenziale e la sua qualità sociale, lo spinge nell’aiutare, includere tutti, curare tutti, anche a scapito della propria sopravvivenza, del proprio potere.
Quella pietà è anche l’intelligenza della specie, in quanto la specie sopravvive, sottolineano i biologi della complessità, non nella lotta ma perché la madre continua ad allattare il figlio e perché gli uomini, anche quando vivono rintanati, non sono topi che si distruggono ma anzi si prestano soccorso.
Noi, nell’agenda delle cose che dobbiamo mettere in campo quando finirà la guerra e vorremmo fare il mondo nuovo, dovremmo mettere in campo la pietà.
Fin da ora, in quanto già ora abbiamo due problemi. Il primo è quello di non morire, ma il secondo è quello di vivere civili.

https://ilmanifesto.it/la-civilta-e-enea-che-porta-anchise-sulle-spalle/
 
#53
Vertice Ue, ancora due settimane per un’intesa sul piano economico antivirus
Una crepa nel muro. Al consiglio Europeo Conte e Sánchez rifiutano la bozza, alla fine il vertice prende tempo per cercare una soluzione. Palazzo Chigi evoca una via autarchica: «Pronti a fare da soli». La Bce fa partire il «Qe» da 750 miliardi di euro, acquisti senza limiti contro la pandemia

Roberto Ciccarelli
EDIZIONE DEL27.03.2020
PUBBLICATO26.3.2020, 23:59
Dopo un braccio di ferro durato sei ore il consiglio europeo con i capi di stato ha raggiunto una prima intesa sul coordinamento delle politiche economiche contro gli effetti del coronavirus. Giunti a metà della videoconferenza i governi italiano e spagnolo hanno rifiutato i contenuti della bozza d’intesa dove era stato saltato il riferimento al Meccanismo europeo di stabilità (Mes-Fondo Salva Stati nell’opzione uscita dall’Eurogruppo martedì scorso: un prestito condizionato solo all’emergenza in corso e interessi da pagare sulla lunga scadenza. Ad avere provocato l’interruzione delle trattativa è statal’assenza di un riferimento ai «coronabond», ieri ribattezzati da Conte al Senato con l’anglo-tecnicismo «European recovery bond», uno strumento di debito comune dell’Eurozona. Questi titoli sarebbero finanziabili richiedendo l’intervento del Fondo Salva Stati, ma senza condizioni. A sua volta, la richiesta azionerebbe lo scudo anti-spread (Omt) predisposto e mai usato dalla Banca Centrale Europea dal 2012. Si tratta di una ipotesi macchinosa, ideata perché non è possibile oggi proporre una riforma della Bce come prestatrice di ultima istanza.
L’ASSENZA di un riferimento a quello che il ministro dell’economia Roberto Gualtieri ha definito ieri uno «strumento di debito comune» ha convinto Conte, insieme al premier spagnolo Pedro Sanchez, a dare ai partner europei dieci giorni per trovare una soluzione. È stato proposto a un gruppo di cinque capi di stato il compito di elaborare una nuova proposta e ripresentarla in un consesso che ieri si è presentato diviso sia sulla tattica che sulla strategia economica da seguire nell’immediato e in prospettiva. In realtà, questa specie di ultimatum è stato lanciato mentre il vertice era ancora in corso, ed è sembrato un modo per condizionarlo con un atto forte, cercando di segnare un punto in una trattativa che continuerà a lungo. In serata, c’è stato un diplomatico aggiramento del problema.
ALLA DICHIARAZIONE finale dei leader Ue sarebbe stato aggiunto un paragrafo che dà ai governi due settimane di tempo per avanzare proposte per un’azione coordinata di bilancio volta a contrastare gli effetti della pandemia. Un modo per prendere altro tempo e rimediare allo strappo che, a un certo punto della serata di ieri, è sembrato inevitabile dal lato italiano e spagnolo. La conferma è arrivata anche dal navigato olandese Mark Rutte che guida il «fronte del Nord» contro la lega dei nove che ha sottoscritto una lettera all’Eurogruppo dove chiede l’adozione di una nuova politica economica, con gli strumenti ancora a disposizione da parte dell’Unione Europea. « Ogni Stato membro deve adottare le misure necessarie a livello nazionale, ma stiamo facendo passi anche per sostenerci l’un l’altro e le nostre economie a livello europeo» ha detto Rutte,
LA SITUAZIONE è SEMBRATA precipitare a seguito di un attacco di Kurz contro l’ipotesi «Eurobond-Coronabond»: «Respingiamo una mutualizzazione generalizzata dei debiti». A Kurz ha preparato il terreno al ministro delle finanze tedesco Olaf Scholz che ha affondato il colpo: «Non ritengo che gli Eurobond siano lo strumento giusto» ha detto. A quel punto Conte è sbottato: «Se gli aiuti gli saranno come in passato, facciamo da soli». A un certo punto ci si è chiesto come e con quali risorse. Conte ha specificato di non avere chiesto «una mutualizzazione e del debito pubblico. Ciascun paese risponde per il proprio debito pubblico e continuerà a risponderne. L’Italia ha le carte in regola: il 2019 è stato chiuso con un rapporto deficit/Pil di 1,6 anzichè 2,2 come programmato». Per rafforzare l’ipotesi di un’improbabile via autarchica, il ministro degli Esteri Di Maio si è fatto intervistare dal Tg1lodando l’intemerata di Conte. Il governo sembrava andare in ordine sparso quando Pd ha fatto sapere di essere «stupito» dalla reazione di Di Maio.
NEL FRATTEMPO il vertice proseguiva. E la reazione che ha vellicato un senso dell’abbandono da parte dell’«Europa», e del vittimismo nazionale contro il Fronte del Nord, già venive alimentata nei talk show di prima serata. Era una mossa per tenere il punto nelle prossime due settimane. Al di là della sceneggiatura, è forte l’impressione che si sia ancora all’«ognuno per sé» che la presidente della Commissione Ue Ursula Von Der Leyen ha visto all’inizio della crisi che ha prodotto uno «choc senza precedenti». «È fondamentale dimostrare determinazione adottando misure rigorose, e collaborando in modo stretto nell’Ue, per contenere il diffondersi del Covid-19» ha scritto su twitter il cancelliere austriaco, Sebastian Kurz.
LA BCE ha lanciato ieri il programma di acquisto dei titoli «Qe» da 750 miliardi. È stato eliminato il limite agli acquisti di debito di ciascun paese – era del 33% – e di ciascuna emissione, ha deciso acquisti da 70 giorni a trent’anni estesi anche ai titoli greci, ha definito un pari trattamento dei suoi titoli rispetto agli investitori privati. La liquidità esiste, ma non basta ad assicurare la fiducia, elemento ritenuto fondamentale da Keynes in una crisi economica. Manca un elemento decisivo: la visione, le norme comuni, una solidarietà. La politica.

https://ilmanifesto.it/strappo-di-italia-e-spagna-con-lue-sui-coronabond/
 
#55
Oro, fuoco e forca. Quel che la storia delle pestilenze ha da insegnare
Pandemie. Solidarietà, responsabilità, legalità, nella scelta tra bene pubblico e privato. È la scommessa per uscire da questa radicale emergenza

Marco Geddes, Antonio Floridia
EDIZIONE DEL25.03.2020
PUBBLICATO24.3.2020, 23:59
«Oro, fuoco e forca!», fu la risposta che Giovanni Filippo Ingrassia diede, nel 1575, a chi gli chiedeva quale fosse stata la sua strategia contro l’epidemia di peste che si diffuse in quell’anno a Palermo e che egli riuscì a «contenere» con buoni risultati.
Nato a Regalbuto (il paese di Leonardo Sciascia) nel 1510, riuscì a studiare e laurearsi in medicina a Padova, o forse a Bologna; medico personale di molti regnanti, sull’onda della fama conseguita il vicerè Pedro de Toledo gli assegnò nel 1544 la cattedra di Anatomia e Medicina teorica a Napoli. Rientrato a Palermo nel 1563, fu nominato da Filippo II «protomedico» di Sicilia, e poi capo di una
Deputazione generale di salute pubblica che affrontò lo scoppio di quella pestilenza. Il senso di quella formula è evidente e possiamo tradurla in termini «moderni»: risorse economiche, risanamento sanitario, stringenti normative che obblighino all’osservanza delle regole.
Sono ricette a cui possiamo appellarci ancor oggi, di fronte alla frattura epocale che sta provocando il Coronavirus? Sulle prime (l’oro), non ci sono molte parole da spendere: la pandemia cui stiamo assistendo attoniti richiede e richiederà una radicale riconversione delle logiche economiche del mondo contemporaneo. Quanto al «fuoco», appare evidente come non si tratti solo di approntare risposte cliniche e farmacologiche, ma di combattere seriamente quel gravissimo deterioramento ambientale, alle origini dei devastanti effetti di questo virus, e forse della sua stessa genesi.
NATURALMENTE, il grande tema dell’oggi, è quello della «forca», che non pochi tendono a invocare come «estremo rimedio» all’indisciplina sociale; e che, per altro verso, molti temono come l’esito autoritario di un governo dello stato di eccezione. Anche qui conviene dare uno sguardo al passato.
L’epidemia di peste di Marsiglia, nel 1720, fu circoscritta in quell’area, ma schierando il 40% dell’esercito francese in un assedio crudele; l’ultima epidemia sul suolo italiano, a Noja (Bari) nel 1815-16, fu «curata» con un assedio e con la fucilazione di alcuni poveretti che non avevano rispettato le norme. La cittadina ne uscì ferita e profondamente mutata. Cambiò perfino nome: oggi è Noicàttaro.
ANCHE LA PESTE manzoniana (1630) fu affrontata in modi diversi. A Milano le norme furono applicate con cieca rigidità; i presunti untori, furono torturati e giustiziati alla Colonna Infame, ma nel contempo affollate e ripetute processioni indette dal Cardinale – contro il parere di molti medici – esacerbarono il contagio.
In quella stessa epidemia, a Firenze i provvedimenti di sanità furono oggetto di controllo, non applicando tuttavia pene quando si riconosceva che l’infrazione era motivata da reali necessità di lavoro e di assistenza. I presunti untori furono solo due, poi scagionati e anche risarciti per l’ingiusta detenzione. Le Confraternite svolsero un ruolo prezioso e quando l’Arcivescovo decise di indire una processione, con l’immagine della Madonna dell’Impruneta, lo fece con l’autorizzazione dell’Ufficio di Sanità, concordando che il pubblico avrebbe assistito al passaggio dell’immagine a 100 metri di distanza. Due approcci diversi con risultati diversi, espressione non solo di sistemi giuridici e di governo differenti, ma anche – si direbbe oggi – di una diversa robustezza della società civile e della sua partecipazione al governo cittadino. A Firenze l’epidemia fu molto più contenuta.
Il modo con cui l’Italia sta affrontando questa emergenza potrà forse affermarsi come un positivo modello di gestione democratica di una gravissima crisi sanitaria.
CERTO, È ANCORA presto per dirlo, molto dipende dagli esiti di questa vicenda, e forse questo giudizio potrà essere rivisto, rovesciato o magari rafforzato; ma intanto possiamo affermare che stiamo assistendo ad una strategia che cerca di conciliare l’uso di strumenti legali (norme e regole, dotate di possibili sanzioni) e l’appello alla responsabilità individuale e alla solidarietà sociale.
Difficilissimo equilibrio, in un paese come l’Italia, dove la dotazione di «spirito civico» scarseggia storicamente in molte parti del paese e, in altre, si è venuta pericolosamente depauperando.
Eppure, è l’unico possibile equilibrio che possiamo oggi ricercare: restare dentro i confini di uno stato di diritto (ricordiamo l’art. 16 della Costituzione), ma non illudersi, nemmeno per un momento, che si possa ottenere il rispetto delle regole (in una società dove la potenziale mobilità individuale raggiunge vette impensabili anche solo 50 anni fa), senza la compartecipazione attiva e consapevole dei destinatari di quelle regole. La mera «legalità» non regge se non vi è «legittimazione», ossia la convinta adesione. Una vicenda come quella che stiamo vivendo non può essere governata solo con una verticalizzazione del comando.
LA CAMPAGNA ossessiva di denuncia degli «irresponsabili» non rende giustizia alla compostezza della grandissima maggioranza degli italiani; ma ciò non toglie legittimità alle possibili sanzioni, in difesa della più radicale delle libertà: la libertà dai rischi della malattia e della morte. E soprattutto, ha poco senso preoccuparsi oggi del restringimento degli spazi di libertà privata, quando l’esercizio incontrollato di questa libertà – e questo è un dato certo – produce danni collettivi. Forse torna d’attualità un antico insegnamento del pensiero socialista: la libertà dell’individuo può vivere solo insieme alla libertà degli altri.

https://ilmanifesto.it/oro-fuoco-e-forca-quel-che-la-storia-delle-pestilenze-ha-da-insegnare/
 
#59
Come affrontare le teorie del complotto
Scienza. I complottisti hanno tutti caratteristiche comuni. Comprenderle (e autocomprendersi) è il modo migliore per smontare bufale che alterano la realtà e offrono false sicurezze

Stella Levantesi
EDIZIONE DEL28.03.2020
PUBBLICATO27.3.2020, 10:22
L’altro ieri è diventato virale ed ha suscitato allarme il video di un servizio del TgR Leonardo del 2015 su un coronavirus ingegnerizzato in Cina.
Il servizio faceva riferimento ad uno studio pubblicato sulla rivista Nature sulla proteina SCH014, considerata responsabile della Sindrome Respiratoria Severa Acuta (SARS).
È nata, così, una teoria del complotto secondo la quale il coronavirus che causa Covid-19 è stato creato in laboratorio dai cinesi, anche se la stessa Nature aveva pubblicato questo mese la seguente nota relativa allo studio del 2015: “Siamo consapevoli che questo studio viene utilizzato come base per teorie non verificate secondo le quali il nuovo coronavirus, che causa COVID-19, è stato progettato in laboratorio. Non ci sono prove che questo sia vero; gli scienziati ritengono che un animale sia la fonte più probabile del coronavirus”.
Nonostante questo, il video è circolato su WhatsApp con ampia diffusione.
La teoria del complotto si è diffusa anche in rete, condivisa da Matteo Salvini su Twitter e presentata come spiegazione illuminante della pandemia di coronavirus, con tanto di pallini rossi e punti esclamativi cattura-attenzione.

Matteo Salvini

@matteosalvinimi



INCREDIBILE!!!

Da Tgr Leonardo (Rai Tre) del 16.11.2015 servizio su un supervirus polmonare Coronavirus creato dai cinesi con pipistrelli e topi, pericolosissimo per l'uomo (con annesse preoccupazioni). (1/2)



5.342

18:32 - 25 mar 2020
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Una teoria del complotto può avere conseguenze negative e dannose e, quando prende piede, rischia di infestare la rete, informatica e sociale.
Le teorie del complotto si basano su meccanismi non affidabili di rappresentazione della realtà e non sempre sono il risultato di false credenze genuinamente sostenute. Possono, infatti, essere costruite, architettate e amplificate intenzionalmente per ragioni politiche e strategiche.
Stephan Lewandowsky, psicologo e presidente del dipartimento di psicologia cognitiva all’Università di Bristol, e John Cook, scienziato cognitivo e ricercatore al Center for Climate Change Communication della George Mason University, hanno studiato le cause e le dinamiche delle teorie del complotto, ed hanno creato una sorta di manuale di istruzioni per “navigare” il complottismo.
Le teorie del complotto sono contraddistinte da sette caratteristiche principali, riassunte in inglese con l’acronimo CONSPIR (in inglese coincide con le lettere iniziali di ogni caratteristica).
La prima è l’elemento di contraddittorietà; chi crea e propone le teorie del complotto può contemporaneamente credere ad idee che si contraddicono a vicenda. Non importa che il ragionamento sia incoerente, ma importa solo evitare ad ogni costo di credere alla versione ufficiale dei fatti.
La seconda caratteristica, infatti, è la diffidenza (preesistente) proprio nei confronti della versione ufficiale dei fatti; qualsiasi elemento non rientri direttamente nella teoria non va considerato. Il complotto diventa la realtà, è il resto ad essere una distorsione.
Questo si lega ad una terza caratteristica, il sospetto: “c’è qualcosa che non va”, è la realtà ad essere un inganno e non viceversa.
Un altro aspetto comune a coloro che sostengono le teorie del complotto è un sentimento di vittimismo, accompagnato dalla mania di persecuzione: il complottista si presenta come vittima di una persecuzione universale. Allo stesso tempo, diventa “antagonista coraggioso” che affronta i “malvagi cospiratori” (ovvero tutti coloro che sono al di fuori della teoria del complotto) e finisce per avere una percezione di sé ambivalente: vittima ed eroe contemporaneamente.
Quinta caratteristica: molto spesso le teorie del complotto sono volutamente “immuni” a prove fattuali, Cook e Lewandowsky le definiscono “auto-sigillanti”. E anche se le prove esistono, vengono reinterpretate in modo tale da farle rientrare nel quadro del complotto stesso. Quanto più forti sono le prove a sfavore della teoria, tanto più i complottisti hanno necessità che venga creduta la loro (falsa e costruita) versione dei fatti. Esempio: “il cambiamento climatico non esiste, è un complotto e gli scienziati che dimostrano che esiste e che è stato prodotto dall’uomo ne fanno parte”. Un complotto nel complotto, insomma.
Spesso, la manipolazione della realtà è così ingannevole da rendere le teorie una plausibile alternativa alla realtà. Più il complotto è credibile, più è pericolosa la sua diffusione.
Il meccanismo di reinterpretazione delle prove si lega anche alla sesta caratteristica: i complottisti strumentalizzano le “coincidenze”, reinterpretano le casualità per integrarle nel complotto stesso.
Nulla accade per caso, tutto deve indicare che la teoria è l’assoluta verità: ogni dettaglio, anche il più irrilevante, viene intrecciato in uno schema d’inganno che possa rientrare alla perfezione all’interno del complotto.
L’ultima caratteristica rappresenta l’aspetto più strategico di queste teorie: “l’intento nefasto” o malafede. “Le motivazioni alla base di ogni complotto sono ritenute nefaste”, scrivono Cook e Lewandowsky. “Le teorie del complotto non prevedono mai che i complottisti abbiano intenzioni benevole”.
Ma perché le teorie del complotto si diffondono così facilmente?
Secondo Cook e Lewandowsky, le persone che si sentono vulnerabili e impotenti tendono ad offrire un terreno fertile per la diffusione delle teorie del complotto.
Inoltre, queste teorie permettono di “affrontare” circostanze di minaccia immediata attraverso un capro espiatorio: un “grande evento” deve per forza avere una “causa importante”. In quest’ottica, è un modo per spiegare eventi improbabili e fuori dall’ordinario: una sorta di meccanismo di coping (barcamenarsi, ndr) che offre ad alcuni un modo alternativo per “gestire l’incertezza”.
La dimensione di incertezza è, infatti, fondamentale affinché le teorie del complotto possano avere successo. Possono essere utilizzate come strumento “retorico” per sfuggire a conclusioni “scomode”, per “contestare” le idee politiche ufficiali e sono un ingrediente inevitabile dell’estremismo politico.
Studi di “de-radicalizzazione”, quindi, possono fornire indicazioni su come “disarmare” i complottisti.
I social media tendono ad alimentare i meccanismi delle teorie del complotto.
La mancanza dei tradizionali “gate-keeper” (ad esempio i giornali, ndr), scrivono Cook e Lewandowsky, è uno dei motivi per cui la disinformazione si diffonde più facilmente e velocemente online, spesso spinta da account falsi, bot o troll.
Allo stesso modo, chi “consuma” le teorie del complotto è incline a mettere “mi piace” e a condividere post complottisti su Facebook.
Cook e Lewandowsky, identificano due modalità principali per far fronte a queste teorie: il prebunking e il debunking.
La prima si basa sull’importanza di giocare d’anticipo, cercando di disinnescare in partenza i meccanismi dei complottisti: “Se le persone vengono rese consapevoli degli errori di ragionamento nelle teorie, possono essere meno vulnerabili e sviluppare una capacità di resistenza ai messaggi complottisti”.
Questo processo avviene in due modi: attraverso l’avvertimento esplicito di un complotto imminente che rischia di indurre in errore, oppure attraverso la confutazione degli argomenti della disinformazione.
Il debunking invece, che in inglese si definisce come “smascherare finzione o falsità”, agisce attraverso i fatti, la logica, le fonti e l’empatia.
In altre parole, il debunking ricorre al factchecking, a un’informazione accurata che ha la capacità di smentire, a una logica che possa spiegare le tattiche ingannevoli e i ragionamenti errati, a una demistificazione che smascheri l’assenza di credibilità dei complottisti, e a un’attenzione “empatica” nei confronti dei target delle teorie del complotto.
Il debunking, tuttavia, può rivelarsi un’arma a doppio taglio poiché potrebbe rafforzare le teorie involontariamente.
Incoraggiare le persone a pensare in modo analitico può costituire uno strumento efficace per smantellare la falsa narrazione della realtà sulla quale si fondano le teorie del complotto.

https://ilmanifesto.it/come-affrontare-le-teorie-del-complotto/
 
#60
Quei lavoratori del sommerso rimasti fuori da ogni sostegno
Allarme povertà nel Mezzogiorno. Le richieste al Banco Alimentare sono aumentate del 20%, del 40 in Campania

Adriana Pollice
EDIZIONE DEL29.03.2020
PUBBLICATO28.3.2020, 23:59
«C’è questa famiglia di Soccavo», quartiere popolare di Napoli ovest. «Lei faceva le pulizie, lui il barista, entrambi in nero, quattro figli. Con il distanziamento sociale hanno perso il lavoro, “sono spariti sia i politici che i preti” ci hanno detto». Ecco di cos’è fatta l’emergenza sociale che il governo comincia ad avvertire con qualche settimana di ritardo rispetto all’emergenza sanitaria. Il presidente Sergio Mattarella l’ha vista arrivare, l’ha segnalata nei suoi interventi. La telefonata da Soccavo è una delle tante richieste di aiuto arrivate al Telefono rosso attivato dall’Ex Opg Je so’ pazzo.
LE MISURE ANTI COVID-19 hanno lasciato (fino alle novità annunciate dal premier ieri) ampie fasce di popolazione abbandonate. Le richieste al Banco Alimentare sono cresciute del 20%, del 40 in Campania. «Chi riceveva il pacco spesa a casa – spiega Chiara Capretti di Potere al popolo – o mangiava alle mense è rimasto senza aiuto, molti volontari sono anziani e, quindi, costretti a non uscire. Anche le coop del terzo settore si sono fermate perché i lavoratori non hanno i dispositivi di protezione. Siamo alla resa dei conti: per anni il volontariato ha fornito servizi sociali, ora non c’è più un’organizzazione pubblica efficace. Ci vuole l’intervento della Protezione civile per raggiungere anche i migranti. Il Cura Italia poi ha ignorato il lavoro sommerso».
Sempre a Napoli, Giovanni Pagano è nell’esecutivo nazionale della Federazione del Sociale Usb: «Ci vuole subito il reddito di quarantena o la situazione precipiterà. Ai nostri sportelli vengono lavoratori precari di pubblica utilità, ex disoccupati che magari ricevevano piccoli assegni. Senza un sostegno non resteranno a casa ma usciranno a cercare una soluzione. Bisogna togliere i paletti al reddito di cittadinanza. Molti che lavoravano in nero non hanno fatto domanda per la paura di incorrere in sanzioni, badanti, addetti alle pulizie, fattorini, ambulanti, baristi e mercatali. Ma il tempo stringe anche per le partite Iva, i co.co.co, chi faceva lavori a progetto, fino ai settori del turismo e della ristorazione. La priorità è evitare che le persone di indebitino».
UN DRAMMA che la politica ha deciso di ignorare per anni: 23,3% il tasso di disoccupazione a Napoli e provincia, 19,1% a Palermo, 11,8% a Bari. Secondo l’Istat, nel 2017 l’incidenza dell’economia non osservata (sommerso e illegale) è stata del 19,4% del complesso del valore aggiunto, la media italiana è stata del 13,5%. In Calabria il peso dell’economia sommersa e illegale è stato massimo (21,8%). Il peso del sommerso dovuto al lavoro irregolare è stato più elevato in Calabria (9,4%) e Campania (8,5%). Secondo lo studio del 2018 di Srm, centro studi collegato a Intesa Sanpaolo, l’economia sommersa e illegale in Italia è pari al 22,9% del Pil, dato che sale al 29,8% nel Mezzogiorno.
Il sindaco di Napoli de Magistris, chiede il reddito di quarantena, il senatore Sandro Ruoto ha scritto a Giuseppe Conte perché vengano estese le misure dell’esecutivo «anche al lavoro sommerso». Anche il governatore De Luca si è rivolto al premier: «È necessaria una piattaforma economico-sociale da sottoporre entro martedì al governo: tutele per chi lavora nel sommerso, per commercio, artigianato, piccole imprese, misure per le filiere agricole, turistiche, le imprese culturali». Il Mezzogiorno finora si è arrangiato da solo.
A PALERMO ieri pattuglie della polizia sorvegliavano i supermercati, dopo il tentativo fallito giovedì di andare via con la spesa da parte di cittadini impoveriti. «Solo in città sono oltre 2.500 le richieste di aiuto già pervenute, famiglie allo stremo», ha raccontato Gabriella Lipani, direttore del Banco Alimentare. L’amministrazione di Salemi, in provincia di Trapani, ha chiesto il riconoscimento dello stato di calamità naturale. Nell’agrigentino si cerca di rimediare con «la spesa sospesa» mentre la regione ha stanziato 100 milioni per l’assistenza alimentare.
IN PUGLIA, a Bari, si sono viste persone allo sportello delle banche implorare prestiti da 50 euro per la spesa. «Continuiamo a ricevere richieste di aiuto – ha spiegato il sindaco e presidente dell’Anci, Antonio Decaro -. I comuni italiani hanno bisogno di liquidità perché abbiamo sospeso le tasse». Altro tema ostinatamente ignorato: le amministrazioni cittadine sono state strozzate dal taglio dei finanziamenti centrali, più di 300 hanno avviato procedure di dissesto o predissesto, quasi tutte al Sud.

https://ilmanifesto.it/quei-lavoratori-del-sommerso-rimasti-fuori-da-ogni-sostegno/
 

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